Electrolux, il governo spinge per un nuovo piano industriale entro ottobre. Rimandato il tavolo decisivo
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Redazione Economia
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Si è tenuto oggi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy il quarto tavolo, l'ultimo di quelli finora calendarizzati, sulla vertenza Electrolux. Un confronto serrato, durato circa due ore, che non ha prodotto però un accordo o un dietrofront da parte della multinazionale svedese riguardo al piano che prevede 1.719 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d'Esi.
La riunione plenaria, alla quale hanno preso parte il ministro delle Imprese Adolfo Urso, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, i vertici aziendali, i rappresentanti delle Regioni e le organizzazioni sindacali e datoriali, si è conclusa con un rinvio all'autunno. Il ministro Urso ha dettato i tempi e le condizioni per la prosecuzione del negoziato.
Le scadenze dell'autunno: la nuova proposta attesa a ottobre
La nuova plenaria è stata fissata per i primi di ottobre. Prima di quella data, però, sono stati calendarizzati due incontri tecnici, previsti per il 3 e il 4 settembre, durante i quali l'azienda e i sindacati dovranno approfondire i singoli aspetti della vertenza. In questo contesto, la richiesta del governo è chiara e senza ambiguità.
"Ci aspettiamo che l’azienda dia seguito al confronto, ritirando il piano presentato e trasformando il confronto in una nuova proposta industriale che assicuri prospettive concrete agli stabilimenti italiani, salvaguardando l’occupazione e la capacità produttiva", ha dichiarato Urso al termine del tavolo. L'esecutivo, che aveva già giudicato "irricevibile" il piano di ristrutturazione iniziale, intende quindi arrivare a ottobre con un progetto completamente rivisto che possa garantire la continuità industriale del gruppo in Italia.
Il governo e il contesto europeo: un caso che travalica i confini nazionali
Nel suo intervento, il ministro Urso ha voluto inquadrare la crisi Electrolux in un contesto più ampio, definendola "un caso europeo, non solo nazionale". A sostegno di questa tesi, ha citato un dato che fotografa lo stato di salute del settore: negli ultimi sei anni, in Europa, sono già stati chiusi 25 stabilimenti dell'elettrodomestico. "Bisogna agire subito o rischiamo il collasso industriale", ha ammonito Urso.
Per questo motivo, il governo italiano ha promosso e presentato un non-paper sul settore, un documento che ha già ottenuto il sostegno di Francia, Germania e Polonia ed è all'attenzione del vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Stéphane Séjourné. Il ministro ha annunciato che illustrerà il documento al prossimo Consiglio Competitività, in programma a Bruxelles a fine settembre, con l'obiettivo di farlo diventare la base della discussione europea sul futuro del comparto.
La posizione dei sindacati e la situazione degli stabilimenti
Le organizzazioni sindacali, pur riconoscendo i passi avanti compiuti nel confronto, restano in posizione di forte critica e diffidenza. La preoccupazione principale riguarda il fatto che, mentre la discussione è in corso, la multinazionale starebbe comunque procedendo con scelte unilaterali. In particolare, i sindacati denunciano il trasferimento in Polonia di alcuni codici di produzione dallo stabilimento di Cerreto d'Esi, un atto considerato inaccettabile.
Per la Fiom Cgil, come dichiarato dalla segretaria nazionale Barbara Tibaldi, esiste il timore che si arrivi a ottobre con una semplice "proposta di mitigazione di un piano dannosissimo", mentre il tema centrale rimane il ritiro dei licenziamenti e la rinuncia alla chiusura dello stabilimento marchigiano.
Anche l'assessore regionale al Lavoro delle Marche, Tiziano Consoli, che ha partecipato al tavolo, ha ribadito la necessità di fare piena chiarezza sul futuro del sito di Cerreto d'Esi, sottolineando che per quest'ultimo non sono ancora emerse soluzioni concrete a differenza di quanto accade per gli altri stabilimenti.
I numeri della crisi: gli esuberi e i volumi produttivi
Al centro della vertenza, come noto, c'è il piano presentato dall'azienda che prevede 1.719 esuberi su un totale di circa 4.200 dipendenti in Italia. Il piano, già bocciato dal governo, coinvolgerebbe tutti i siti produttivi nazionali: Forlì, Porcia, Susegana, Solaro e Cerreto d'Esi. Per lo stabilimento di Cerreto, dove lavorano circa 170 persone dedicate alla produzione di cappe, l'azienda aveva inizialmente annunciato la chiusura.
Per quanto riguarda il sito di Porcia, nel corso del tavolo è emersa la possibilità di un investimento su nuove tecnologie per le lavatrici, che porterebbe la produzione a circa 600.000 pezzi all'anno. Questo incremento, tuttavia, sembra essere subordinato al raggiungimento di precisi obiettivi di riduzione dei costi.
Di fronte a questo scenario, il governo ha ribadito la propria disponibilità ad accompagnare il processo con tutti gli strumenti nazionali disponibili, dagli ammortizzatori sociali al sostegno degli investimenti, ma a condizione che venga presentato un "piano serio e verificabile".




