Electrolux, il governo chiede un nuovo piano industriale entro ottobre. Tavolo rinviato dopo l'estate
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Redazione Economia
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Si è tenuto martedì 21 luglio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy il quarto tavolo dedicato alla vertenza Electrolux, un confronto che non ha prodotto soluzioni immediate ma ha definito una roadmap per i prossimi mesi. Dopo una mattinata di serrato confronto al quale hanno preso parte il ministro Adolfo Urso, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, i vertici dell'azienda, i rappresentanti delle Regioni e le organizzazioni sindacali e datoriali, la discussione è stata rinviata all'autunno.
Il prossimo appuntamento plenario è stato fissato per i primi di ottobre, mentre sono già in agenda due incontri tecnici il 3 e il 4 settembre per approfondire i singoli aspetti della vertenza.
Urso: "Costo dell'energia non è la causa determinante, serve un progetto serio"
Il ministro Adolfo Urso ha aperto i lavori ribadendo la posizione del governo, che fin dall'inizio aveva definito "irricevibile" il piano presentato dalla multinazionale svedese, un piano che prevede 1.719 esuberi complessivi a livello nazionale e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d'Esi nelle Marche. Nel corso del tavolo, Urso ha voluto chiarire un punto emerso dai precedenti incontri tecnici: il costo dell'energia, pur rappresentando una voce meritevole di attenzione, ha un'incidenza limitata e non può essere indicato come la causa determinante della crisi.
Da qui l'invito all'azienda a presentare un vero progetto industriale, fondato sulla salvaguardia degli stabilimenti, dell'occupazione e dei volumi produttivi, ma anche su un percorso concreto di miglioramento dell'efficienza e della competitività.
Il governo si è detto pronto a fare la propria parte, mettendo in campo tutti gli strumenti nazionali disponibili, dagli ammortizzatori sociali al sostegno degli investimenti, ma a condizione che ogni intervento pubblico sia inserito in un piano serio e verificabile, con impegni chiari da parte dell'azienda e dei sindacati su produzione, occupazione e futuro degli impianti italiani.
La partita europea e il futuro di Porcia e Cerreto
La vertenza Electrolux, ha ricordato il ministro, non è solo un caso nazionale ma assume rilevanza europea, inserendosi in un contesto di crisi strutturale del settore dell'elettrodomestico nel Vecchio Continente dove, negli ultimi sei anni, sono stati chiusi 25 stabilimenti.
Il governo italiano ha già promosso e presentato un non-paper sul settore, sostenuto da Francia, Germania e Polonia, all'attenzione del vicepresidente esecutivo della Commissione Europea Stéphane Séjourné, con l'obiettivo di ottenere un intervento tempestivo dell'Unione per modificare un quadro regolatorio che penalizza le imprese europee e favorisce la concorrenza asiatica. Nel corso del confronto, l'azienda ha esposto la possibilità di diversificare la tipologia di prodotti per mantenere i livelli produttivi.
In particolare, per lo stabilimento di Porcia si profila un investimento su nuove tecnologie legate alle lavatrici, anche di grande capacità, che potrebbe portare la produzione a circa 600.000 pezzi, uno spiraglio che però non basta a rassicurare i sindacati. La situazione rimane invece molto incerta per Cerreto d'Esi, dove l'azienda continua a parlare di mancanza di soluzioni e procede con il trasferimento di codici produttivi verso la Polonia, una pratica che i sindacati giudicano inaccettabile mentre il confronto è ancora in corso.
Sindacati: "Passi avanti ma non bastano, preoccupa la delocalizzazione in atto"
Le reazioni dei sindacati al termine del tavolo sono state contrastanti ma accomunate da una forte preoccupazione. La Fiom Cgil ha riconosciuto che "sono stati fatti sicuramente passi" nella vertenza, ma ha ribadito la necessità di chiarire i vincoli a garanzia del perimetro industriale e occupazionale, chiedendo che il nuovo piano non preveda i 1.700 esuberi né la chiusura di Cerreto.
Più netta la posizione della Fim Cisl, che ha giudicato "insufficienti" i piccoli passi mossi finora, definendo il piano aziendale come un "inaccettabile processo di deindustrializzazione" e chiedendo il congelamento immediato del trasferimento di produzioni da Cerreto verso l'estero. Il segretario della Uilm, Davide Sperti, ha sottolineato che "la trattativa è vitale, ma a patto che sia a vantaggio di tutti", precisando che non si intende discutere di tagli ma del futuro di migliaia di vite umane.
Il timore, espresso da più parti, è che l'azienda arrivi al tavolo di ottobre con una mera proposta di mitigazione di un piano già giudicato dannoso, anziché con un vero e proprio ritiro dei licenziamenti e delle chiusure.
Regioni e territori in allerta, intanto i lavoratori si mobilitano
Anche le Regioni coinvolte hanno espresso forti perplessità. Gli assessori del Friuli Venezia Giulia hanno definito la riunione "interlocutoria", evidenziando come la multinazionale continui a non aver ritirato il piano, non escluda una ristrutturazione finalizzata alla vendita e parli espressamente di delocalizzazioni, senza prospettare una riduzione delle eccedenze tra gli operai né fornire elementi certi sugli esuberi tra il personale impiegatizio.
L'assessore dell'Emilia-Romagna ha parlato di "piccoli passi avanti che però non sono ancora risolutivi", mentre il Comune di Forlì, pur accogliendo con parziale soddisfazione la conferma del sito come strategico con l'obiettivo di garantire volumi superiori a 200.000 pezzi su piani a gas e forni elettrici, ha ribadito che l'azienda di fatto tiene in piedi il vecchio piano.
Nel frattempo, i lavoratori sono già in stato di agitazione e proseguono le mobilitazioni: è continuato lo sciopero spontaneo a Cerreto d'Esi e sono stati organizzati presidi davanti allo stabilimento di Porcia, dove è stato ufficializzato il trasferimento della produzione delle lavasciuga in Thailandia. La trattativa riprenderà a settembre con gli incontri tecnici, in vista del decisivo appuntamento di ottobre che dovrà definire il futuro dell'occupazione e della produzione Electrolux in Italia.




