Electrolux, la tregua di 50 giorni non ferma la mobilitazione: il governo chiama al tavolo per una nuova proposta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sospensione per cinquanta giorni del piano industriale che Electrolux aveva depositato con la prospettiva di 1.719 esuberi nel nostro paese e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi rappresenta, a conti fatti, il primo risultato tangibile emerso dal tavolo convocato ieri al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Un risultato che però, come hanno voluto sottolineare sia le parti governative sia le rappresentanze sindacali e gli stessi vertici regionali, non costituisce affatto una soluzione definitiva, bensì una sorta di tregua operativa, un congelamento congelato nel breve periodo che apre una finestra temporale per tentare di ricucire uno strappo che rischia di avere conseguenze devastanti sull’occupazione del territorio marchigiano e non solo.

La notizia della sospensione, accolta con una cautela che rasenta il pessimismo tra i lavoratori, arriva al termine di una giornata segnata da iniziative di piazza e da fermate produttive: davanti al ministero una delegazione di operai ha manifestato il proprio dissenso, mentre negli stabilimenti di Susegana e in altri tre siti si sono incrociate le braccia in concomitanza con lo svolgimento dell’incontro romano, a testimonianza di una mobilitazione che non accenna a placarsi.

Una sospensione che non cancella il piano, ma lo congela in attesa di una nuova via

L’intesa raggiunta tra il ministero guidato da Urso, le regioni coinvolte, i sindacati e l’azienda, che pure è parsa più disponibile al confronto rispetto al recente passato, si sostanzia in una pausa di riflessione di cinquanta giorni durante i quali il maxi-piano di riorganizzazione, con i suoi numeri drammatici, resterà sospeso.

Questo lasso di tempo, come ha spiegato lo stesso ministro al termine dell’incontro, dovrà servire a elaborare «una nuova proposta sostenibile e condivisa», una formulazione che lascia intendere come l’esecutivo prema per un ripensamento complessivo della strategia aziendale, magari orientato a preservare i volumi produttivi e a scongiurare il sacrificio del sito di Cerreto d’Esi, dove sono impiegate centosettanta persone.

Tuttavia, e qui sta il nodo cruciale, la sospensione non equivale a un ritiro del piano: i sindacati, che pure hanno parlato di «primo risultato importante» in un comunicato congiunto firmato da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e dalle sigle territoriali di Romagna e Forlì, non hanno esitato a definire il progetto ancora «inaccettabile», ribadendo con chiarezza che la loro richiesta principale rimane il ritiro integrale della misura.

Di fatto, la tregua conquistata ieri rappresenta più un’arma tattica per guadagnare tempo che una vittoria sostanziale, e i prossimi giorni saranno decisivi per capire se le parti riusciranno a trasformare questa pausa in un cambio di rotta effettivo.

La mobilitazione continua e il fronte istituzionale si stringe attorno ai territori

Il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, presente al tavolo insieme all’assessore regionale al Lavoro Tiziano Consoli e al sindaco di Cerreto d’Esi, David Grillini, ha ribadito con forza l’obiettivo prioritario di salvare l’occupazione e il sito produttivo marchigiano, mentre dalla Lombardia è giunta la voce della sindaca di Solaro, Nilde Moretti, che ha seguito l’intera vertenza con un impegno quasi personale.

Moretti, che tre settimane fa aveva guidato un pullman di cinquanta lavoratori in un viaggio notturno verso Roma e che ieri è tornata nella capitale in treno con una delegazione più ristretta, ha riferito di aver percepito un atteggiamento più morbido da parte dell’amministratore delegato di Electrolux Italia, il quale ha preso parte direttamente al confronto al Mimit.

«Ho visto una maggiore disponibilità all’ascolto», ha dichiarato la sindaca al termine dell’incontro, pur senza nascondere la preoccupazione per le ricadute sociali che un taglio di duecentodiciassette lavoratori nello stabilimento di corso Europa comporterebbe, una cifra che si aggiungerebbe ai numeri già pesanti del piano complessivo.

La battaglia, insomma, è tutt’altro che conclusa: lo dimostrano le assemblee già convocate per giovedì nei vari siti produttivi e lo sciopero che ha paralizzato per alcune ore le fabbriche, a riprova di un clima di tensione che non si è affatto dissolto con la tregua dei cinquanta giorni.

Un’estate di trattative serrate e la posta in gioco per l’indotto e i territori

La pausa concessa dal ministero, per quanto limitata, impone ora a tutte le parti in causa un lavoro intenso, che si annuncia come un’estate di grande impegno diplomatico e sindacale, come ha del resto anticipato la stessa Moretti parlando di un periodo denso di riunioni e controproposte. La posta in gioco non riguarda solo i numeri dei licenziamenti, ma anche la tenuta dell’intero indotto e la fiducia di comunità lavorative che da decenni fanno affidamento sulla presenza dell’azienda svedese nel panorama industriale italiano.

Da una parte, Electrolux dovrà dimostrare di voler realmente rivedere le proprie scelte, magari orientandosi verso ammortizzatori sociali diversi o verso una riqualificazione delle linee produttive; dall’altra, il governo e le regioni sono chiamati a mettere sul tavolo risorse e strumenti concreti per rendere sostenibile un eventuale ripensamento.

Le prossime settimane, con le assemblee dei lavoratori e i nuovi incontri programmati, saranno il banco di prova per verificare se la tregua si trasformerà in un accordo strutturale o se si rivelerà soltanto un rinvio, destinato a riaprire la crisi con più violenza allo scadere dei termini. Quel che è certo, per ora, è che la mobilitazione resta alta e che nessuna delle parti, azienda compresa, può permettersi di abbassare la guardia.

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