Electrolux, i 1.770 licenziamenti e un tavolo (di maggio) che già sa di sfida
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Redazione Economia
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La doccia gelata, per usare un’espressione che non rende appieno la temperatura dello choc, è arrivata nella sede di Confindustria a Marghera: l’incontro tra la multinazionale svedese Electrolux e le rappresentanze sindacali, già appesantito dalle recenti chiusure in Ungheria (800 esuberi) e in South Carolina (1.200), ha prodotto un annuncio destinato a segnare una cesura nel panorama manifatturiero nazionale. L’azienda, che intende delocalizzare una parte rilevante della produzione, ha comunicato la volontà di tagliare 1.770 posti di lavoro sul territorio italiano, una cifra che corrisponde a circa il 40% del proprio personale in Italia, con la contestuale chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, dove trovano impiego 170 persone.
Un piano ritenuto “inaccettabile” dal ministero
La reazione politica non si è fatta attendere, sebbene nei toni – a tratti – abbia mostrato il consueto impasto tra fermezza e prudenza che contraddistingue le crisi industriali di questa portata. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha definito il piano “inaccettabile”, promettendo che il governo farà la propria parte “con determinazione”. Le sue parole, rilasciate ai cronisti il 12 maggio, imputano in larga misura l’origine della crisi al cosiddetto green deal europeo, una cornice normativa che – secondo il titolare del Mimit – avrebbe reso più vulnerabile la produzione locale rispetto ad altri bacini manifatturieri. Urso ha inoltre ricordato i numerosi interventi già messi in campo da Palazzo Chigi in situazioni analoghe, quasi a voler costruire una continuità operativa prima ancora di sedersi al tavolo.
Il grido delle Acli e il nodo Cerreto d’Esi
Le Acli, dal canto loro, hanno usato parole di una gravità che non lascia spazio a interpretazioni ambigue: l’annuncio della multinazionale svedese, si legge in una nota diffusa nelle stesse ore, rappresenta “un colpo gravissimo” che si inserisce in un quadro dominato dall’incertezza economica generale. L’associazione, pur concedendo il beneficio del dubbio sulle “rassicurazioni” fornite dall’azienda in merito alla gestione delle ricadute sociali, ha sottolineato come sia il fatto stesso dei licenziamenti.770 persone, vale a dire quattro lavoratori su dieci – a suscitare una fondata apprensione per la crisi complessiva del sistema industriale italiano. In questo quadro, la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi assume un valore simbolico non indifferente: non solo per le 170 famiglie direttamente coinvolte, ma perché segnala una ritirata dell’azienda da un territorio che aveva investito nella vocazione produttiva degli elettrodomestici.
Il tavolo del 25 maggio e la sfida della delocalizzazione
Il governo ha convocato un tavolo di discussione per il prossimo 25 maggio, una data che – volendo leggere tra le pieghe dei comunicati – lascia intravedere un tentativo di arginare l’emorragia prima che la procedura di licenziamento collettivo diventi irreversibile. L’azienda, che ha già ridotto la produzione di elettrodomestici e dimezzato gli impiegati in altre sedi, sembra orientata verso una delocalizzazione che pochi, tra i sindacalisti presenti a Marghera, si sentono oggi di definire “parabile”. Resta da vedere se la determinazione promessa dal ministro Urso si tradurrà in misure concrete – magari attingendo ai fondi per la transizione o a vecchi ammortizzatori sociali – oppure se il 25 maggio diventerà l’ennesimo appuntamento in cui si prende atto di uno scenario già scritto altrove, nelle stanze decisionali di Stoccolma.




