Electrolux, sciopero e lacrime sangue: i cancelli si aprono all’alba mentre il ministro Urso convoca il tavolo per il 25 maggio
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Redazione Economia
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Il presidio davanti al capannone di viale Bologna, a Forlì, è iniziato alle cinque e mezzo di questa mattina, quando la luce era ancora quella incerta dell’alba e l’umidità della pianura romagnola sembrava quasi appiccicarsi alla pelle degli operai. All’ingresso dello stabilimento – lo stesso che produce piani cottura e forni da decenni – si sono trovati faccia a faccia con una realtà che i numeri avevano già raccontato nella giornata di ieri, ma che solo oggi, toccando il cemento del piazzale, assume i contorni definitivi di una tragedia annunciata: il colosso svedese Electrolux, attraverso un piano industriale che ha dell’incredibile per la sua brutalità, ha messo sul piatto 1.700 esuberi. Una cifra che, se rapportata ai circa quattromila dipendenti attuali del gruppo in Italia, equivale a chiedere a quasi quattro lavoratori su dieci di raccogliere le proprie cose e andarsene. E non si tratta di una riorganizzazione marginale: l’azienda parla di “dismissione” e “ottimizzazione”, ma i sindacati, che pure ne hanno viste tante, traducono in termini più crudi: la chiusura totale dello stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, e una riduzione drastica delle lavorazioni qui a Forlì, dove sono a rischio quattrocento posti di lavoro su novecento.
Non c’è bisogno di arrampicarsi sugli specchi per capire le intenzioni della multinazionale. Fabio Torelli, della Fiom di Forlì Cesena, è stato lapidario nel commentare l’accaduto, parlando di “lacrime e sangue” e denunciando come sia ormai evidente che l’obiettivo nascosto dietro queste cifre non sia un semplice ridimensionamento, bensì la fuga vera e propria del marchio dal territorio italiano. Le cinque sedi coinvolte – Porcia (Pordenone), Susegana (Treviso), Solaro (Milano), Cerreto d’Esi (Ancona) e appunto Forlì – rappresentano un presidio storico per l’industria dell’elettrodomestico, eppure la multinazionale sembra procedere come un rullo compressore, spinta da un contesto europeo che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, presente questa mattina a Bologna per l’evento R2I, non ha esitato a definire “malato”. La sua l’ha presa tanto con il Green Deal – che avrebbe esposto l’Europa alla concorrenza sleale della Cina – quanto con la volontà dell’azienda di trasferire la produzione di massa a terzi, forse in Polonia, per concentrarsi solo sul valore aggiunto o sulla distribuzione del marchio.
Lo “Electro-shock” che attraversa il Paese e l’urgenza di un tavolo ministeriale
Mentre a Forlì gli operai scioperavano, da Cerreto d’Esi arrivavano immagini simili ma con una drammaticità aggiuntiva: lì il piano non prevede tagli, ma la serrata definitiva. Piercepaolo Pullini, della Fiom Cgil, ha mostrato un cartello con su scritto “Electro… shock!” per descrivere lo stato d’animo dei circa 170 dipendenti del sito marchigiano – tra cui, si racconta, ci sono anche coppie di marito e moglie che rischiano di ritrovarsi entrambi senza uno stipendio da domani all’oggi. La reazione delle rappresentanze sindacali non si è fatta attendere nemmeno un minuto: Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato lo stato di agitazione permanente e otto ore di sciopero nazionale, rifiutando categoricamente quella che definiscono una “desertificazione industriale”. In molti, guardando le tabelle degli esuberi, hanno notato che non si salva nessuno: le forbici del taglio colpiranno indistintamente la produzione, l’area staff e persino la ricerca e sviluppo, segno evidente che la multinazionale intende ridursi a un guscio vuoto nel nostro Paese.
In questo clima di fuoco, è intervenuto il ministro Urso con una mossa che sa più di politica industriale che di semplice mediazione. L’esponente del governo – che ormai siede al dicastero di via Vittorio Veneto da tempo – ha convocato un tavolo d’emergenza per il 25 maggio, con orario fissato alle 15, presso la sede di Palazzo Piacentini. L’invito è stato esteso non solo ai vertici dell’azienda e ai rappresentanti dei lavoratori, ma anche ai governatori delle Regioni coinvolte: l’Emilia-Romagna, il Friuli-Venezia Giulia, la Lombardia, le Marche e il Veneto. Una scelta, questa, che testimonia come la posta in gioco non sia solo occupazionale ma anche territoriale, perché se Electrolux dovesse portare a termine il suo piano, interi distretti economici rischierebbero di collassare come castelli di carte, travolti dalla chiusura delle aziende dell’indotto che da decenni vivono all’ombra delle grandi fabbriche.
Le parole del ministro (“Inaccettabile”) e la rabbia dei territori
Il ministro Urso, intercettato dai cronisti a Bologna, non ha usato mezzi termini. Ha definito il piano “inaccettabile” con una convinzione che ha sorpreso anche i più scettici, e ha assicurato che il governo “farà la propria parte” per scongiurare il massacro occupazionale. Tuttavia, ha anche voluto ribadire un punto che sta a cuore all’esecutivo: secondo Urso, questa crisi non è nata dal nulla, ma affonda le radici in scelte “ideologiche” come quelle del Green Deal europeo, che avrebbero indebolito la manifattura del continente esponendola alla concorrenza aggressiva dei produttori asiatici. Al di là delle valutazioni politiche, resta la sostanza di un annuncio choc che ha lasciato senza fiato i lavoratori. A Forlì, gli assessori comunali Paola Casara e Kevin Bravi si sono presentati al presidio per portare la vicinanza dell’amministrazione, mentre dalla Regione si moltiplicano le richieste di chiarezza.
Nelle Marche, la situazione è esplosiva. Il sindaco di Fabriano, Daniela Ghergo, ha attaccato duramente il governo, chiedendo se esista un piano concreto di salvataggio per l’elettrodomestico o se l’esecutivo intenda assistere passivamente all’estinzione di un intero comparto. Ghergo ha ricordato che a pagare il prezzo più alto non saranno solo gli operai dello stabilimento, ma l’intera filiera: le aziende di componentistica, la logistica e i fornitori storici che hanno trasformato quell’area in uno dei poli produttivi più importanti d’Italia. Parole simili sono arrivate anche dal mondo sindacale, con Antonio Spera dell’UGL Metalmeccanici che ha sottolineato come sia “gravissimo” colpire tutti gli stabilimenti italiani subito dopo una prima fase di ristrutturazione, quasi che l’azienda stesse aspettando solo di incassare gli ultimi contributi pubblici per mollare la presa.
L’attesa per il 25 maggio tra presidi e amarezza diffusa
Fino a quella data, prevista per lunedì 25 maggio, il silenzio della fabbrica sarà rotto solo dal rumore dei passi dei picchetti. I lavoratori, consapevoli di trovarsi di fronte al piano di tagli più pesante degli ultimi vent’anni, non hanno intenzione di abbassare la guardia. Come ha detto Enrico Imolesi della Uil forlivese, “non parliamo di numeri, ma di donne e uomini che domani si troveranno senza risorse per la propria famiglia”. E la tensione è talmente alta che a Cerreto d’Esi si è perfino cominciato a parlare delle conseguenze psicologiche di una chiusura che cancellerebbe ogni speranza di rilancio per un territorio già provato da altre crisi industriali.
Resta da capire se il tavolo del 25 maggio porterà a un dietrofront o se si limiterà a gestire l’inevitabile. Di certo, l’approccio del governo sembra orientato a scaricare la pressione su Bruxelles, chiedendo all’Europa di difendere un settore strategico. Ma per gli operai che stamattina hanno presidiato i cancelli alle 5:30, quelle sono battaglie lontane. Loro, intanto, guardano il capannone dell’Electrolux – quel simbolo di prosperità che ora viene svuotato pezzo per pezzo – e si chiedono chi glielo ridarà indietro, il futuro.




