Tra i narcos della Magliana e i reduci della banda, l’arresto di “er Palletta” e la caduta del “Matto”
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Redazione Interno
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Roma. C’è un filo invisibile, sporco di polvere da sparo e residui di cocaina, che riannoda il mito criminale della Banda della Magliana con le ambizioni spropositate delle nuove leve del narcotraffico. A spezzarlo, nelle prime ore della mattina del 15 aprile, ci hanno pensato i carabinieri del Nucleo Investigativo eseguendo un’ordinanza che ha rimesso in cella tredici persone, tutte accusate – a vario titolo – di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio, estorsione e tentato omicidio con la aggravante del metodo mafioso. Tra le maglie di questa vasta operazione, che ha messo in ginocchio le piazze di spaccio del Trullo, della Magliana e di Corviale, spunta una galleria di soprannomi che sembrano usciti da un romanzo di periferia: “Er Palletta”, “Il Matto”, “Fiore”, “Lollo”, “Il Miliardero”, “La Piovra”, “Pio Pio” e perfino “Er Cicoria”. E in cima a questa lista, a fare da collante tra passato e presente, c’è proprio Raffaele Pernasetti, il settantaseienne detto “er Palletta”, ex braccio armato di Enrico De Pedis e reduce dalla “batteria dei testaccini”.
L’operazione, scattata all’alba, ha restituito l’immagine di una malavita romana che non ha mai dimenticato i suoi vecchi patriarchi. Pernasetti, che dopo trent’anni di carcere scontati si era reinventato cuoco nella trattoria di famiglia a Testaccio dove, a dire dei parenti, “cammina a stento”, viene invece descritto dagli atti investigativi come un “broker” insostituibile. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia, “er Palletta” aveva riattivato i canali di approvvigionamento grazie ai vecchi agganci con il clan Senese e con una cosca della ‘ndrangheta, garantendo ai nuovi spacciatori il via libera per operare in quartieri che un tempo erano il suo esclusivo feudo. Un ruolo da traghettatore, insomma, che lo vedeva seduto al tavolo dei grandi affari mentre i ragazzi di oggi gestivano lo sporco lavoro per strada.
L’avidità di “er Matto” e il vuoto di potere nel Trullo
Se Pernasetti rappresenta la saggezza criminale di una volta, dall’altra parte della barricata c’è Manuel Severa, romano classe 1981, che negli ambienti della mala viene chiamato “er Matto”. E non solo per l’indole violenta. Severa, che era già nel mirino per l’omicidio di Cristiano Molè (il delitto consumatosi ai piedi del serpentone di Corviale il 15 gennaio 2024 con otto colpi esplosi a bruciapelo), aveva deciso che il quartiere del Trullo doveva muoversi esclusivamente per lui. Il delirio di onnipotenza di questo capo, accecato dalla voglia di scalare la gerarchia della malavita capitolina, emerge dalle parole del suo stesso autista, finito a collaborare con la giustizia: “Aveva preso tutto, parecchi erano spariti, parecchi non vendevano più, o andavano via e cambiavano... o gli menavano e gli sparavano. Lì poteva vendè solo per lui”.
Le indagini, che hanno portato al blitz coordinato dalla procura, dipingono un’organizzazione verticistica e spietata. Severa teneva a libro paga le famiglie dei detenuti e gestiva un giro d’affari che fatturava tra i quaranta e i cinquanta mila euro a settimana, muovendo almeno due chili di cocaina al mese. Eppure, a tradire “er Matto” non sono stati i colpi della polizia, ma la sua stessa avidità. Lui, che controllava i pusher con il pugno di ferro e non accettava ritardi nei pagamenti, ha smesso di pagare i suoi stessi uomini; una avidità patologica che gli ha voltato contro i sodali, i quali, una volta arrestati, hanno iniziato a vuotare il saco senza più fermarsi.
Il debito del meccanico e l’agguato in via Pian Due Torri
Uno dei capitoli più brutali dell’inchiesta riguarda la gambizzazione del meccanico Walter Garofolo, avvenuta in pieno giorno in una officina di via Pian Due Torri, a un passo dal mercato della Magliana. Il movente è vecchio quanto il mondo dello spaccio: un debito non saldato per una partita di droga, un credito che si aggirava attorno ai ventottomila euro. Quel giorno, due uomini scesero da una Panda nera (risultata poi rubata) e lo colpirono ripetutamente alle gambe, un avvertimento plastico che nei codici della mala significa “devi pagare o sei morto”.
Dietro quella lunga mano, però, c’era proprio Raffaele Pernasetti. A sparare, secondo gli inquirenti, sarebbero stati Marco Casamatta (detto “Fiore”) e Simone Di Matteo (detto “Pio Pio”), mentre alla guida c’era Fabio Postumi. Quel che colpisce è la dinamica del favore: gli esecutori materiali non agirono su esplicito ordine di “er Palletta”, ma si mossero spontaneamente, per accreditarsi agli occhi del vecchio boss, per dimostrare di avere il fegato di sporcarsi le mani nella sua ex giurisdizione. Prima dei colpi, c’era stata una intimidazione ben precisa: uno schiaffo in faccia e una pistola puntata alla testa in un bar sulla via Portuense, un rituale di sottomissione che avrebbe dovuto costringere il meccanico a rientrare della somma.
L’ombra dei servizi e la caccia ai “traditori”
Tra le pieghe del fascicolo, che conta trentatré indagati, emerge un dettaglio ancora più oscuro che riguarda presunte soffiate ricevute dall’ex boss. Un collaboratore di giustizia ha infatti riferito che Raffaele Pernasetti avrebbe millantato – o forse realmente posseduto – agganci all’interno dei servizi segreti; informazioni riservate che gli avrebbero permesso di sapere di essere sotto osservazione sia per il ferimento di Garofolo sia per l’omicidio di Molè. Se si tratti di una millanteria per aumentare il proprio prestigio o di una vera e propria capacità di infiltrazione, sarà compito della magistratura accertarlo.
Quel che è certo è che l’operazione ha decapitato un sistema criminale complesso, dove vecchie glorie come “er Palletta” facevano da traghettatori per emergenti come “er Matto” Severa. Una fronda di spietatezza e affari, insomma, che riporta la cronaca di Roma negli anni più bui della Banda della Magliana. Con la differenza che, oggi, i vecchi boss escono di casa per andare a cucinare in trattoria, ma tengono ancora in mano i fili di un traffico che non si è mai realmente fermato.




