L’operazione “Ritorno al crimine” a Roma: “Er Palletta” e il nuovo “manager” del Trullo finiscono in manette
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Redazione Interno
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Il rombo degli elicotteri sui tetti di Testaccio e del Trullo, alle prime luci dell’alba di mercoledì 15 aprile, ha segnato il ritorno in scena di un pezzo di storia criminale che si credeva ormai consegnato agli archivi giudiziari. A finire in manette, nell’ambito di una vasta operazione della Direzione Distrettuale Antimarcia e dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, non c’è solo l’ombra pesante di Raffaele Pernasetti – meglio noto come “Er Palletta”, il braccio operativo di Enrico De Pedis – ma anche la struttura quasi aziendale della nuova criminalità capitolina, guidata da Manuel Severa, soprannominato “Il Matto”. L’ordinanza firmata dal gip Tiziana Coccoluto ha disposto la custodia cautelare per tredici persone, nove delle quali sono state accompagnate in carcere, mentre altre quattro sono finite ai domiciliari; sullo sfondo, una platea complessiva di trentatré indagati gravita attorno alla gestione delle piazze di spaccio dei quartieri Trullo, Magliana e Corviale, luoghi dove la droga veniva smistata come merce in un magazzino.
“Er Palletta”, il broker del narcotraffico che cucinava a Testaccio
Se Pernasetti, che oggi ha 76 anni, aveva raccontato una “seconda vita” fatta di fornelli e cameratismo nella trattoria “Da Oio” a Testaccio, gli inquirenti hanno invece tratteggiato il profilo di un intermediario implacabile. Condannato in passato per omicidi, rapine e traffico di droga, l’uomo era riuscito a conquistarsi, scontata la lunga pena detentiva, un ruolo di “sovrintendente” dei traffici di stupefacenti. Secondo quanto ricostruito nelle carte dell’inchiesta – e come si legge nella misura cautelare – Pernasetti agiva come un vero e proprio broker, sfruttando la sua rete di conoscenze trentennali per risolvere dispute tra fornitori e acquirenti, evitando così che i conflitti degenerassero in agguati e faide di sangue. La sua vicinanza al clan Senese (che gli avrebbe concesso il “placet” per operare) e a una cosca di ‘ndrangheta gli garantiva un flusso costante di cocaina e hashish, destinato a essere smaltito tra le vie di Trastevere e della Magliana. La famiglia, attraverso la voce della nipote, ha protestato definendo l’arresto “un’americanata”, sostenendo che l’anziano parente si limitasse a fare il cuoco; per la Dda, però, il ristorante era il quartier generale occulto dove si decidevano le sorti del mercato della droga.
Manuel “Il Matto” Severa e il disciplinare da multinazionale del crimine
A differenza del vecchio stampo della Banda della Magliana, la gestione del territorio da parte della nuova generazione si è rivelata spietatamente organizzata. Al vertice della piramide, secondo l’accusa, siede Manuel Severa, un romano del 1981 già noto alle forze dell’ordine per precedenti legati a sequestri e – più recentemente – come presunto mandante dell’omicidio di Cristiano Molè, freddato con otto colpi di pistola al Corviale nel gennaio del 2024. Severa, che gli affiliati chiamano “Il Matto”, aveva imposto un codice di comportamento ferreo nel quartiere del Trullo: nessuno poteva vendere se non attraverso di lui, pena botte o colpi d’arma da fuoco. Dalle intercettazioni emergono i dettagli di un sistema quasi aziendale, dove i pusher venivano multati se non cambiavano telefono ogni mese o se omettevano di partecipare alle riunioni virtuali sull’andamento delle vendite. L’autista dell’organizzazione, in una conversazione finita agli atti, descriveva la sete di potere di Severa raccontando che “il Trullo si doveva muovere solo per lui”, e che chi provava a vendere alle sue spalle veniva “menato” o rischiava di essere gambizzato.
Spedizioni punitive e la riscossione dei crediti con la violenza
Le indagini hanno gettato luce anche sui metodi violenti con cui il sodalizio imponeva il rispetto dei patti. In particolare, un episodio contestato a Pernasetti dimostra come la vecchia guardia non abbia mai smesso di usare la mano pesante: l’ex membro della Banda della Magliana è accusato di aver prima minacciato con una pistola alla testa un meccanico debitore di ottomila euro, e poi, non ottenendo il denaro, di aver ordinato una spedizione punitiva. Il 25 marzo 2024, nella zona di via Pian delle Torri, la vittima è stata raggiunta da tre colpi d’arma da fuoco alle gambe, una chiara “lezione” per chiunque avesse pensato di non saldare il conto con la consorteria. Questo modus operandi, aggravato dalle modalità mafiose, ha permesso alla procura di ricostruire un sistema in cui la riscossione dei crediti illegali avveniva attraverso un mix di intimidazione e sangue.
Un mosaico di soprannomi tra reduci e nuove leve
Tra le maglie dell’operazione spuntano i nomi di una vasta gamma di personaggi, molti dei quali già noti negli archivi del tribunale e immortalati da soprannomi che rimandano a un immaginario criminale radicato nella Capitale. Accanto a “Er Palletta” e “Il Matto”, spiccano infatti le figure di “Fiore”, “Lollo”, “La Piovra”, “Pio Pio”, “Lupo”, “Er Cicoria”, “Bibbi” e “Perepè”. Un caleidoscopio di volti che include reduci della Banda della Magliana, vecchi narcotrafficanti e giovanissimi spacciatori, tutti accomunati dall’obiettivo di controllare il mercato dello stupro. In questo contesto, emerge anche la vicenda di Alessandro Capriotti, soprannominato “Il Miliardero”, figura già emersa nell’ambito delle indagini per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”. La rete di relazioni, come scrivono gli investigatori, era talmente fitta che gli accordi venivano presi in pieno giorno, tra una portata di pasta e una chiacchiera al bancone del ristorante di Testaccio, sotto gli occhi (e le telecamere) di chiunque. Il blitz del 15 aprile ha interrotto questo patto tra generazioni, dimostrando che il narcotraffico a Roma non conosce età, ma solo profitti e conti da regolare.




