Bce, l’incertezza globale e la guerra in Iran gelano i piani sui tassi. Il livello attuale garantisce flessibilità, ma l’inflazione torna a preoccupare.

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando il consiglio direttivo della Banca centrale europea si riuniva il 4 e 5 febbraio scorso, lo scenario geopolitico, sebbene già complesso, non contemplava ancora l’escalation militare che nelle ultime settimane ha infiammato il Medio Oriente. In quei giorni, come emerge dai verbali della riunione, Francoforte ragionava su un’incertezza legata principalmente alle politiche commerciali dell’amministrazione Trump e alle tensioni globali, ritenendo che l’asticella del costo del denaro, ferma al 2% sui depositi, fosse posizionata in modo ottimale. Un livello, quello attuale, che veniva descritto come un’assicurazione contro i rischi, una postazione di osservazione privilegiata per capire come i vari fattori di rischio si sarebbero materializzati nei mesi successivi. Quella stessa flessibilità, invocata a febbraio per attendere e vedere, si trova oggi a fare i conti con una realtà mutata: l’operazione militare che coinvolge Stati Uniti e Israele in Iran ha innestato una variabile imprevista e potenzialmente dirompente.

Il fantasma dell’inflazione e il monito di Lane

La scintilla del conflitto, con i suoi effetti immediati sulle rotte energetiche nel Golfo Persico e lo spettro di un blocco prolungato del trasporto marittimo, ha riacceso i timori proprio su quei fronti che la Bce monitorava con apprensione. Il capo economista dell’istituto, Philip Lane, è stato tra i primi a lanciare un allarme chiaro: un conflitto di lunga durata in Medio Oriente non è solo una tragedia umanitaria, ma rappresenta un serio fattore di rischio per la stabilità dei prezzi nell’eurozona. In un’intervista rilasciata al Financial Times, Lane ha delineato uno scenario in cui il rincaro dell’energia, innescato dall’interruzione delle forniture di petrolio e gas, eserciterebbe una pressione al rialzo sull’inflazione, soprattutto nel breve termine, frenando al contempo la crescita economica. Un duplice effetto, insomma, che metterebbe la Banca centrale con le spalle al muro, costretta a districarsi tra la necessità di proteggere il potere d’acquisto e quella di non soffocare un’attività economica già fragile. Del resto, analisi interne all’Eurotower avevano già quantificato l’impatto di shock simili: uno scenario di dicembre ipotizzava come un rincaro del 14% di petrolio e gas potesse tradursi in uno 0,5% aggiuntivo di inflazione, a fronte di una flessione dello 0,1% del Pil. Numeri che oggi, con il Brent nuovamente prossimo agli 80 dollari e le scorte di gas Ue scese al 30%, tornano a essere drammaticamente attuali.

Le catene di approvvigionamento e l’effetto valuta

Non è soltanto il prezzo del carburante, però, a tenere banco nelle valutazioni di Francoforte. Il conflitto in Iran minaccia di inceppare nuovamente gli ingranaggi del commercio globale, con conseguenze pesanti anche sul versante delle materie prime non energetiche e dei beni intermedi. La chiusura virtuale dello stretto di Ormuz e le deviazioni forzate delle rotte nel Mar Rosso stanno già allungando i tempi di consegna e facendo schizzare i costi di trasporto, riportando d’attualità il tema della frammentazione delle catene di approvvigionamento. A ciò si aggiunge un altro elemento di pressione, di natura squisitamente finanziaria: il dollaro. In fasi di avversione al rischio come quella attuale, la valuta americana si rafforza, e un euro più debole (sceso in poche settimane sotto quota 1,16) rende ancora più onerose le importazioni di energia e materie prime, tutte denominate in biglietto verde. Questo effetto combinato – definibile come una tempesta perfetta per l’inflazione importata – rischia di vanificare i progressi faticosamente ottenuti nella discesa del carovita, che a febbraio aveva mostrato un inatteso rialzo dell’inflazione core e dei servizi.

Le attese dei mercati e la ritrovata prudenza

L’onda d’urto delle operazioni militari ha investito anche i mercati finanziari, costringendo gli investitori a rivedere radicalmente le proprie convinzioni. Fino a poche settimane fa, il dibattito era incentrato sulla tempistica e sull’entità dei prossimi tagli dei tassi, dati quasi per scontati nella seconda metà dell’anno. Ora, lo scenario è capovolto. Istituzioni come Morgan Stanley e Bank of America hanno rivisto al ribasso le loro previsioni, scommettendo su un mantenimento dello status quo per tutto il 2026 e spostando al 2027 l’ipotesi di un allentamento della politica monetaria. Alcuni economisti, come quelli di Oxford Economics, arrivano a ipotizzare che, in caso di shock energetico persistente, la Bce possa persino essere costretta a valutare un rialzo dei tassi per contenere le spinte inflazionistiche di secondo round, ovvero quelle che dai prezzi dell’energia si trasferirebbero alle rivendicazioni salariali e ai listini delle imprese. I rendimenti dei titoli di Stato, Bund tedeschi e Btp italiani su tutti, hanno subito un deciso incremento, scontando proprio questo repentino cambio di prospettiva: la liquidità facile potrebbe non arrivare, e se arriverà, sarà con ogni probabilità in ritardo rispetto alle attese di inizio anno.

La posizione di attesa della Bce tra febbraio e l’oggi

Guardando ai documenti ufficiali, colpisce la lucidità con cui la Bce, già a febbraio, aveva fotografato un contesto di vulnerabilità. Nel bollettino economico pubblicato dopo la riunione del 5 febbraio, l’istituto di Francoforte sottolineava come “ulteriori frizioni nel commercio internazionale potrebbero causare interruzioni nelle catene di approvvigionamento, ridurre le esportazioni e indebolire consumi e investimenti”, aggiungendo che “le tensioni geopolitiche rimangono fra le principali fonti di incertezza”. Parole che oggi, lette alla luce del conflitto in Iran, assumono il sapore di una premonizione. La stessa decisione unanime di mantenere i tassi invariati, presa in un contesto di incertezza “normale”, si rivela ora una scelta provvidenziale. Quella flessibilità tanto evocata, quella posizione di attesa per valutare l’evolversi dei rischi, ha permesso alla Bce di arrivare all’escalation militare con una certa libertà di manovra, senza dover operare brusche inversioni di rotta. Ma la vera prova, ora, sarà capire se il conflitto sarà un fulmine a ciel sereno o una tempesta destinata a durare. Perché se l’incertezza sulle politiche commerciali di Trump si poteva gestire con la pazienza, la guerra in Iran impone un monitoraggio ben più serrato, capace di trasformare la flessibilità in azione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.