Oro in caduta libera, dollaro forte e Iran gelano i mercati
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Redazione Economia
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Il prezzo dell’oro sta attraversando una fase di profonda turbolenza sui mercati internazionali, una flessione – tra le più marcate degli ultimi mesi – che ha visto le quotazioni spot del metallo prezioso cedere fino al 4%, attestandosi a 4.606 dollari l’oncia. Un movimento, questo, che nel corso della giornata ha addirittura accelerato toccando un ribasso intraday del 7%, rivelando la fragilità di un asset tradizionalmente considerato un rifugio sicuro. A pesare sul sentiment degli investitori è il contestuale rafforzamento del dollaro, la cui forza riduce l’attrattiva dell’oro per chi detiene altre valute, unito a un rialzo dei prezzi energetici che riscrive le priorità di allocazione del capitale. Si tratta di una correzione che non risparmia nemmeno l’argento, il quale ha subito un vero e proprio sell-off con ribassi stimati intorno al 10%, in un quadro di mercato dove la volatilità è tornata a essere la protagonista assoluta.
La guerra in Iran e l’inflazione innescano la fuga dai metalli preziosi
Il crollo verticale di oro e argento si inserisce in un contesto geopolitico incandescente, dove i timori legati al conflitto in Iran si sommano al ritorno delle pressioni inflazionistiche. Le tensioni in Medio Oriente, anziché spingere gli operatori verso i beni rifugio per eccellenza, sembrano aver innescato una fuga speculativa, con gli investitori che liquidano posizioni per far fronte a richieste di margine o per spostare capitali verso asset percepiti come più liquidi. La correzione ha travolto l’intero comparto: non solo il metallo fisico, ma anche i titoli minerari e gli exchange-traded fund (ETF) legati al settore hanno registrato perdite pesantissime. Il ProShares Ultra Silver ETF, per citare un dato significativo, ha visto il suo valore crollare del 20% nelle contrattazioni pre-mercato, mentre l’iShares Silver Trust ha subito una flessione di quasi il 10%; analogo il destino dell’Aberdeen Physical Silver Shares ETF, lasciato sul terreno con un -9,9%.
Stretta di liquidità e l’ombra lunga del confronto con Bitcoin
Ciò che rende particolarmente interessante questa fase di mercato è la dinamica legata alla liquidità. Nonostante l’aumento oggettivo delle tensioni geopolitiche – elemento che in passato avrebbe alimentato la corsa all’oro – la stretta creditizia in atto sta imponendo una vendita di massa. Gli operatori, probabilmente costretti a reperire liquidità immediata, stanno dismettendo anche le posizioni più solide, innescando un circolo vizioso ribassista. In questo contesto, emerge con forza il parallelo con Bitcoin, un asset che spesso viene contrapposto all’oro come riserva di valore alternativa. Mentre il metallo giallo arretra, la pressione sul mercato delle criptovalute segue una logica simile: la ricerca di liquidità non fa distinzioni tra asset class tradizionali e digitali, colpendo indistintamente chiunque abbia costruito posizioni leverage.
Ripercussioni sui mercati azionari e il ruolo della politica estera americana
Le ripercussioni di questo crollo si estendono ben oltre il perimetro delle materie prime, influenzando l’andamento dei listini azionari, specialmente quelli più esposti al comparto minerario. I dati arrivati dal pre-market raccontano di un autentico massacro per i veicoli d’investimento legati all’argento, con perdite a doppia cifra che hanno spazzato via i guadagni accumulati nelle settimane precedenti. Un elemento che non può essere trascurato, nell’analisi di questi movimenti, è la forza del dollaro, un trend che trova alimento nelle politiche economiche dell’amministrazione Trump. Con Trump tornato alla Casa Bianca, la combinazione di dazi, politiche fiscali espansive e una retorica estera assertiva sta sostenendo il biglietto verde, rendendo l’oro – denominato in dollari – più costoso per gli acquirenti esteri e quindi meno competitivo. È una dinamica complessa, dove le decisioni di politica estera americana, in particolare l’approccio al conflitto in Iran, si intrecciano indissolubilmente con le scelte di portafoglio degli investitori globali, contribuendo a delineare una fase di mercato che, per il momento, lascia intravedere solo segnali di forte contrazione.




