L’oro scivola sotto i 5.000 dollari, la Fed e il petrolio gelano il metallo rifugio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le quotazioni del metallo prezioso hanno rotto gli argini, scivolando al di sotto della soglia psicologica dei 5.000 dollari l’oncia in una seduta, quella di oggi, che precede di poche ore l’attesissimo verdetto della Federal Reserve. L’oro spot, dopo aver a lungo testato la tenuta di quel livello, ha ceduto con un calo che sfiora i due punti percentuali, portandosi a scambiare intorno ai 4.900 dollari, in un contesto di mercato che vede anche gli altri metalli preziosi in sofferenza: l’argento, seppur con un calo più contenuto dello 0,3% a 79,03 dollari, e il platino, che ha lasciato sul terreno lo 0,6% portandosi a 2.116,40 dollari, confermano un clima di generale debolezza del comparto. Il movimento, che segue un periodo di stabilizzazione sopra i 5.000 dollari – soglia sulla quale il prezzo si era attestato nelle prime ore della giornata a 5.009 dollari con una variazione marginale dello 0,08% – non rappresenta soltanto una flessione tecnica, ma il riflesso di una crescente incertezza che attanaglia gli investitori, i quali si trovano a dover fare i conti con un bivio interpretativo non da poco. Da un lato, infatti, ci sarebbe la classica narrativa del bene rifugio, che vorrebbe l’oro in rialzo in periodi di tensioni geopolitiche come quelle innescate dal conflitto in Medio Oriente; dall’altro, però, la dura realtà dei numeri e delle attese di politica monetaria sta imponendo una narrazione differente, legata al costo-opportunità del detenere un asset che non produce reddito.

Il paradosso della guerra: quando il rischio geopolitico non basta

L’escalation militare che coinvolge Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, con i suoi riflessi sulle infrastrutture petrolifere e la minaccia incombente sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, avrebbe dovuto teoricamente spingere gli investitori tra le braccia dell’oro. E invece, paradossalmente, non è successo, o almeno non in maniera strutturale. Se è vero che nei primi momenti del conflitto, lo scorso febbraio, si era assistito a un sussulto del prezzo, con un rapido balzo che aveva portato la materia prima a sfiorare i 5.423 dollari, la spinta si è presto smorzata, lasciando spazio a una fase correttiva che ha riportato le quotazioni indietro, fino al test odierno della soglia dei 4.900 dollari. Il mercato, in sostanza, sembra scontare l’idea che l’elemento realmente dirimente per il prezzo dell’oro, nel breve termine, non sia tanto il conflitto in sé, quanto piuttosto la sua conseguenza più temuta: l’impennata del prezzo del petrolio. Il greggio, che viaggia stabilmente sopra i 100 dollari al barile, alimenta infatti i timori di un’inflazione persistente e difficile da domare, e sono questi timori, più delle stesse esplosioni in Medio Oriente, a guidare il sentiment.

Il nodo della Fed: tassi alti, un macigno per il lingotto

L’attenzione, perciò, è tutta concentrata sul meeting di oggi della Federal Reserve, l’istituto guidato da Jerome Powell. Il mercato si aspetta una pausa, con tassi lasciati invariati nella forbice tra il 3,50% e il 3,75%, ma ciò che realmente interessa sono le proiezioni economiche aggiornate e il cosiddetto “dot plot”, quel grafico che mostra le aspettative dei singoli membri del FOMC sui tassi futuri. La preoccupazione, palpabile tra gli operatori, è che l’ondata inflazionistica innescata dal caro-energia possa spingere la banca centrale americana a mantenere un atteggiamento restrittivo molto più a lungo del previsto, rimandando alle calende greche qualsiasi ipotesi di taglio. È questo lo spettro che spaventa l’oro: un orizzonte di tassi “più alti per più tempo” rende improvvisamente più appetibili gli asset che offrono un rendimento, come i Treasury, mentre il metallo giallo, che di interessi non ne paga, perde il suo fascino, diventando vittima di un rafforzamento del dollaro che solitamente accompagna queste fasi di politica monetaria restrittiva. Non a caso, la banca d’affari svizzera UBS, pur mantenendo una visione ottimistica di lungo periodo, riconosce che nel breve termine la pressione del biglietto verde rappresenta un ostacolo significativo per le quotazioni.

Argento e platino: un riflesso della stessa medaglia

La flessione non ha risparmiato gli altri componenti della famiglia dei metalli preziosi, sebbene con intensità diverse. L’argento, che aveva toccato massimi storici solo poche settimane fa, ha mostrato una tenuta leggermente migliore, con un calo contenuto che alcuni analisti interpretano come il segnale di un mercato comunque sostenuto da una domanda industriale che, al momento, non accenna a diminuire. Discorso diverso per il platino, la cui flessione dello 0,6% appare più marcata e riconducibile a dinamiche più squisitamente industriali e a un profilo speculativo che lo rende più volatile del “fratello maggiore” oro. Resta il fatto che l’intero comparto sta vivendo una fase di assestamento, una pausa di riflessione dopo i rally epici che, nei mesi scorsi, avevano portato le quotazioni a livelli mai visti prima. Una pausa che, però, potrebbe rivelarsi solo temporanea, considerato che la domanda strutturale di banche centrali, hedge fund e mercati asiatici continua a rappresentare un pavimento solido per le quotazioni future.

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