Gas, l’Ue offre flessibilità agli Stati contro i rincari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita del gas, quest’anno più che mai, si gioca nei margini di manovra concessi ai singoli governi. La Commissione Europea ha scelto una strada apparentemente defilata – ma tecnicamente decisiva – per scongiurare un’ulteriore impennata dei prezzi del metano, già schizzati verso l’alto a causa delle tensioni belliche che coinvolgono l’Iran e la conseguente, critica situazione nello Stretto di Hormuz. L’esecutivo comunitario, nella voce della portavoce per l’Energia Anna-Kaisa Itkonen, ha fatto sapere da Bruxelles che intende sostenere quegli Stati membri i quali decideranno di avvalersi delle cosiddette “flessibilità” previste dal regolamento sullo stoccaggio. Si tratta, in sostanza, di un tentativo di evitare quella che viene definita una “corsa” al riempimento degli stoccaggi: una competizione frenetica tra Paesi che, se innescata in questo specifico momento di volatilità dei mercati, rischierebbe di aggravare ulteriormente il costo della materia prima.

La trappola di Hormuz e le contraddizioni di Bruxelles

Ma quale margine di reazione ha realmente Bruxelles, oggi, di fronte a uno scenario geopolitico che sembra sfuggirle di mano? La chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – un passaggio obbligato per una fetta considerevole del commercio mondiale di greggio e gas liquefatto – ha trasformato la crisi iraniana in un problema immediatamente europeo. E proprio qui emerge il cortocircuito strategico che accompagna l’Unione dalla crisi ucraina del 2022. L’approccio adottato allora, basato sulla ricerca spasmodica di fornitori alternativi e sulla rottura quasi totale del dialogo energetico con Mosca, viene oggi messo in discussione dalla stessa dinamica degli eventi. La portavoce Itkonen, nel delineare le nuove indicazioni, ha di fatto ammesso che l’architettura costruita in questi anni mostra delle crepe evidenti. L’invito ai governi – quello di iniziare a riempire i depositi già da aprile per arginare le speculazioni – è un segnale che tradisce una certa preoccupazione: si cerca di anticipare i tempi per non farsi trovare impreparati a settembre, ma la richiesta di “flessibilità” sulle regole è la prova che il rigido sistema di obiettivi imposto dopo il conflitto in Ucraina potrebbe rivelarsi troppo ingessato per gestire una crisi dai contorni così fluidi.

L’Italia nel quadro europeo: numeri e differenze

A livello operativo, la situazione degli stoccaggi presenta disparità notevoli che rischiano di tradursi in tensioni diplomatiche tra i Paesi membri. L’Italia, in questo frangente, si colloca in una posizione relativamente confortevole, se non altro dal punto di vista delle scorte già accumulate. Il dato parla di depositi pieni al 43,9%, un valore che sostanzialmente raddoppia le percentuali registrate nella media di altri grandi Stati come Germania e Francia. Questa asimmetria è proprio il cuore del problema che Bruxelles cerca ora di gestire con lo strumento della “flessibilità”. Da un lato, c’è l’esigenza di garantire la sicurezza energetica di tutti, specialmente dei Paesi più esposti e con minori capacità di approvvigionamento diversificato; dall’altro, si deve evitare che chi ha già pianificato con oculatezza gli acquisti venga penalizzato da un’ondata speculativa innescata dalle necessità altrui. La richiesta di attivare il riempimento “con urgenza”, trapelata dalle fonti diplomatiche all’agenzia Reuters, rappresenta quindi un tentativo di coordinamento forzato in un contesto dove gli interessi nazionali, inevitabilmente, tendono a prevalere.

L’errore di fondo: quando l’energia diventa ideologia

La cronaca di queste settimane, però, non racconta solo la difficoltà contingente di gestire le scorte. Dietro la rincorsa al gas c’è una storia politica più lunga, che affonda le radici in una scelta di fondo compiuta dalle istituzioni europee negli ultimi anni. La crisi energetica che oggi si manifesta con violenza non è un fenomeno improvviso, generato esclusivamente dall’escalation in Medio Oriente; quest’ultima ha semmai avuto la funzione – brutale, certo – di rendere evidente una fragilità strutturale che le classi dirigenti continentali hanno a lungo preferito occultare. L’energia, da sempre, opera su più livelli e in archi temporali lunghi, rappresentando uno strumento politico complesso la cui gestione richiede pragmatismo e capacità di lettura strategica. Eppure, nel confronto con Mosca prima e nella gestione delle conseguenze belliche poi, la Commissione ha spesso privilegiato formule ideologiche e slogan morali a scapito di una reale profondità strategica. Le sanzioni, la rottura unilaterale delle forniture, la caccia affannata al fornitore alternativo senza un piano industriale di lungo periodo: sono tutti tasselli di una partita che oggi restituisce l’immagine di un’Europa che si dibatte in una trappola in larga parte auto-costruita, in balia di eventi esterni – le chiusure degli Stretto, le guerre in Medio Oriente – che, paradossalmente, erano già stati ampiamente preventivati come fattori di rischio nei vecchi scenari geopolitici.

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