Pensioni, il governo ammette gli "esodati" mentre la maggioranza spinge per la flessibilità
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Redazione Interno
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Un doppio binario, per non dire un cortocircuito istituzionale, caratterizza il dibattito sulle pensioni in queste ore. Da un lato, infatti, l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha dovuto riconoscere, per la prima volta dai tempi della riforma Fornero-Monti, di aver creato una nuova categoria di "esodati": si tratta di 4.900 lavoratori che, a partire dal 2027, si troveranno nella scomoda posizione di essere privi sia di un reddito da lavoro sia di un assegno pensionistico. Un'ammissione che arriva dopo mesi di discussioni e che getta una luce cruda sulle conseguenze non sempre prevedibili delle norme previdenziali, le quali, sebbine concepite per garantire sostenibilità, possono talvolta generare situazioni di disagio individuale profondo.
La spinta parlamentare per modifiche strutturali
Proprio nel giorno di questa dichiarazione, l'Aula della Camera ha approvato, con i voti decisivi della maggioranza, una mozione che impegna il governo a rendere il sistema "più flessibile e sostenibile". Il testo, che ha ottenuto il via libera del ministro del Lavoro, contiene un passaggio significativo, poiché prevede esplicitamente la possibilità di "interventi correttivi in riduzione o di congelamento" degli automatismi che legano l'età pensionabile all'aumento della speranza di vita. Una strada, questa, che se intrapresa comporterebbe un onere per le casse pubbliche stimabile in diverse centinaia di miliardi di euro, cifre che pongono il dilemma tra l'alleggerimento dei requisiti per i cittadini e la tenuta dei conti dello Stato in un'orizzonte di medio periodo.
Il fronte del no e le posizioni in campo
All'approvazione della mozione di centrodestra si è opposto, com'era prevedibile, il fronte costituito da Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, i quali, pur presentando una propria proposta, hanno votato contro ritenendo che gli automatismi siano uno strumento necessario e che eventuali modifiche debbano essere valutate con estrema cautela. Di diverso tenore, ma comunque orientata a sollecitare un ripensamento dei meccanismi attuali, è stata la mozione presentata da Azione in giornate precedenti, a dimostrazione di come il tema scuota trasversalmente l'emiciclo e non sia relegabile a una semplice contrapposizione tra maggioranza e opposizione.
Il nodo della sostenibilità finanziaria
Il cuore della questione, al di là delle mozioni e delle prese di posizione, rimane dunque il bilanciamento tra due esigenze ugualmente pressanti. Da una parte c'è la legittima aspirazione dei lavoratori a poter accedere alla pensione senza dover attendere un'età percepita come troppo avanzata, soprattutto per chi svolge professioni usuranti; dall'altra, come ricordano molti analisti, persiste l'imperativo di non compromettere la stabilità del sistema nel suo complesso, il cui equilibrio è già messo a dura prova dall'andamento demografico. La soluzione, qualora si decidesse di intervenire sugli automatismi, richiederebbe risorse ingenti, dell'ordine di 450 miliardi, una somma che impone una riflessione approfondita sulle priorità della spesa pubblica e sulle possibili coperture, senza le quali ogni promessa di riforma rischierebbe di rivelarsi velleitaria.




