Il festival siamo noi: tra residenti e numeri da capogiro, Sanremo rivendica il suo ruolo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un dato, nella ridda di cifre che ogni anno accompagnano il Festival di Sanremo, che sfugge a qualsiasi analisi finanziaria: il senso di appartenenza. Perché se è vero che la 76ª edizione vale, secondo l’analisi di EY, qualcosa come 252,1 milioni di euro in termini di impatto economico complessivo, con un valore aggiunto assimilabile al Pil che sfiora i 96 milioni e l’attivazione di oltre 1.300 posti di lavoro, è altrettanto vero che per chi il Festival lo vive sulla propria pelle, quelle cifre sono la conseguenza di un legame che prescinde dai bilanci -1-4. Camminando per i corsi della città, si respira un’aria di normalità straordinaria, quella di chi non ha mai realmente contemplato l’ipotesi di vedere la kermesse altrove. “Ci son nato, per me è scontato sia qui”, ci dice un residente, quasi stupito che si possa anche solo porre il dubbio. Una giovane commerciante incontrata sul corso è ancora più diretta: “Oltre a quello non c’è nient’altro da fare – il festival è questo, fiori, tante cose”, condensando in poche parole l’identità stessa della città, un intreccio indistricabile tra la manifestazione e il tessuto urbano che la ospita -3.
La macchina dei numeri e la conferma di un modello
Questa percezione radicata, quasi atavica, trova puntuale riscontro nei numeri diffusi in questi giorni, che dipingono il quadro di un evento la cui portata travalica i confini locali per assumere una dimensione globale. Non è solo l’ammontare complessivo a colpire, ma la sua articolazione: la spesa degli spettatori e dei professionisti giunti in Riviera genera un valore della produzione di 28 milioni di euro, con una spesa giornaliera pro capite stimata intorno ai 500 euro, a dimostrazione di come l’indotto diffuso – alberghi, ristoranti, trasporti – rappresenti una fetta sostanziale della torta -1-5. E poi c’è il capitolo pubblicitario, cuore pulsante del finanziamento dell’evento: i 70 milioni di euro raccolti da Rai Pubblicità, come confermato dall’amministratore delegato Luca Poggi, non sono solo un record verso cui si marcia, ma il carburante di un impatto che, sommando sponsor e investimenti, tocca i 176 milioni complessivi, attivando da soli oltre 800 occupati -10.
Williams Di Liberatore, direttore Intrattenimento Prime Time della Rai, inquadra il fenomeno in una visione più ampia, parlando di Sanremo come di un “evento globale e mondiale”, un modello integrato che coinvolge pubblico, partner e broadcaster in un abbraccio che va ben oltre la semplice messa in onda -2. “Sanremo non è solo della Rai ma dell’Italia”, ha rivendicato, sottolineando come la manifestazione sia ormai una piattaforma capace di esportare un’idea di italianità nel mondo, un concetto che va di pari passo con la sua capacità di generare ricchezza in settori disparati, da quello della produzione cinematografica e televisiva – che assorbe da solo 138 milioni del valore della produzione – fino ai servizi di alloggio e catering -1-2.
La città parallela e le voci di chi resta ai margini
Tuttavia, se l’indotto scorre a fiumi e le dichiarazioni dei vertici Rai disegnano un successo senza ombre, l’impatto sul tessuto umano della città non è monolitico e presenta le sue sfumature, come è inevitabile che sia. Accanto ai commercianti che vedono nel Festival l’ancora di salvezza di un intero inverno – “Cosa perderemmo? Tutta l’attività dell’inverno. Questa città vive d’estate e per questa settimana” – si levano voci fuori dal coro, soprattutto tra i più giovani -3. “Da sanremese non mi piace proprio il festival, troppo casino, troppo affollamento, mi dà fastidio”, ci confida un ragazzo del posto, testimoniando un disagio generazionale verso un evento che, per quanto redditizio, trasforma radicalmente la quotidianità, rendendo la città irriconoscibile per chi la abita tutto l’anno. È il paradosso di un evento che per cinque giorni trasforma Sanremo in un set e in un palcoscenico, regalandole visibilità planetaria ma sottraendola, di fatto, ai suoi residenti. Sono voci minoritarie, certo, ma che raccontano di una città parallela, quella che non vive di cene e pernottamenti, ma di spazi e silenzi violati.
Fiori, canzoni e centinaia di milioni: la natura molteplice del Festival
La complessità di Sanremo, dunque, emerge proprio da questa stratificazione di punti di vista. Da un lato, i numeri da capogiro presentati da EY, che fotografano un impatto diretto di quasi 102 milioni e uno indiretto di 110, scomponendo la manifestazione in una somma di voci di costo e di ricavo che la rendono simile a una media impresa industriale -7. Dall’altro, la concretezza quasi brutale della commerciante che lega il suo sostentamento ai “fiori” e al “grano” che il Festival le porta, e la dichiarazione d’amore incondizionato di chi, nato lì, non può immaginare quel palco altrove. In mezzo, le dichiarazioni istituzionali di Di Liberatore, che proiettano il Festival in una dimensione internazionale, e le perplessità di quei residenti per i quali quella stessa internazionalizzazione si traduce in caos e ressa. Un caleidoscopio di percezioni che, nel loro insieme, restituiscono l’idea di un evento che è molto più di una somma di canzoni: è un fenomeno economico totale, un marchio identitario e, per alcuni versi, un ingombrante vicino di casa.




