Il cardinale Cupich contro il video della Casa Bianca sull'Iran: “È disgustoso, la guerra ridotta a videogioco”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, non ha usato mezzi termini per condannare la scelta comunicativa della Casa Bianca in merito al conflitto in corso con l'Iran. Attraverso una dichiarazione ufficiale intitolata “Un richiamo alla coscienza”, pubblicata sul sito dell'arcidiocesi e ripresa anche durante il suo intervento alla conferenza internazionale “A Call to Conscience” in Vaticano, il porporato ha definito con aggettivi netti come “disgustoso” e “nauseante” il montaggio video diffuso qualche giorno fa sull'account X della presidenza americana. Un giudizio tranchant che arriva in un momento di particolare tensione in Medio Oriente, con le operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele iniziate lo scorso 28 febbraio, culminate, tra l'altro, nella morte del leader supremo iraniano Ali Khamenei e in un numero di vittime civili che, secondo quanto riportato nella nota del cardinale, avrebbe già superato il migliaio tra uomini, donne e bambini.

Il video incriminato, un breve montaggio di circa quarantadue secondi dal Titolo “Giustizia alla maniera americana”, alterna sequenze tratte da celebri film d'azione hollywoodiani a filmati reali, presumibilmente forniti dalle stesse forze armate, che ritraggono i bombardamenti su obiettivi in territorio iraniano. Un'accostamento, questo, che Cupich ha bollato senza appello come una “rappresentazione terrificante”, nella quale la sofferenza di un intero popolo viene di fatto ridotta a mero sfondo, a un contenuto usa e getta da consumare distrattamente. “Il nostro governo”, si legge nella dichiarazione ripresa dalle agenzie, “sta usando la sofferenza del popolo iraniano come sfondo per il nostro intrattenimento, come se fosse solo un altro contenuto da sfogliare mentre siamo in coda al supermercato”. Un'analogia volutamente cruda, quella del cardinale, per sottolineare lo scollamento tra la realtà drammatica del conflitto e la sua percezione mediatica, una distanza che la comunicazione della Casa Bianca, agli occhi del prelato, non solo non contribuirebbe a colmare ma anzi, amplificherebbe pericolosamente.

La deriva della guerra come spettacolo e il “fallimento morale”

Il cuore della critica mossa dall'arcivescovo di Chicago non si limita tuttavia al singolo episodio di comunicazione pubblica, ma investe un fenomeno più ampio e preoccupante: la trasformazione della guerra in una forma di intrattenimento, in uno “sport per spettatori” o peggio, in un gioco di strategia. “Ridurre la guerra a un videogioco è un fallimento morale profondo”, ha dichiarato Cupich, sottolineando come la distanza, un tempo incolmabile, tra il campo di battaglia e il salotto di casa si sia oggi drammaticamente assottigliata, fino quasi ad annullarsi. E non è solo una questione di percezione. Nella sua riflessione, il cardinale ha evidenziato come lo stesso linguaggio utilizzato per raccontare il conflitto contribuisca a questa deriva disumanizzante, citando il termine “gamificazione” spesso impiegato da analisti e persino giornalisti per descrivere le operazioni militari. Una parola, avverte, che spoglia le persone della loro umanità, trasformando il dolore in un dato statistico e la morte in un effetto speciale.

In questo processo di desensibilizzazione, ciò che si perde, secondo il porporato, è la capacità di empatizzare con il dolore altrui. Non si tratta solo dei mille e più civili iraniani uccisi, tra i quali, ricorda Cupich, “decine di bambini che hanno commesso l'errore fatale di andare a scuola quel giorno”, ma anche del sacrificio dei soldati americani. Sei di loro, secondo quanto riportato nella dichiarazione, hanno perso la vita in questi scontri e anche loro, avverte l'arcivescovo, vengono in qualche modo “disonorati” da un post che riduce il loro estremo sacrificio a mero contenuto virale. Centinaia di migliaia di sfollati, milioni di persone terrorizzate in tutto il Medio Oriente: è questo il quadro reale che, secondo Cupich, rischia di essere oscurato dalla spettacolarizzazione della violenza.

L'appello alla coscienza e il rischio di perdere l'umanità

La nota dell'arcidiocesi di Chicago si configura quindi come un vero e proprio monito, un “richiamo alla coscienza” collettiva di fronte a quella che il cardinale definisce una crisi morale. Non ci si trova, spiega Cupich, di fronte al solo problema della guerra in sé, ma anche al modo in cui noi, in qualità di osservatori, finiamo per percepire e giudicare la violenza. L'essere umano, catturato e affascinato dalla spettacolarità delle esplosioni e dalla potenza distruttiva delle forze armate, rischia di assuefarsi, di perdere di vista il costo umano reale di quelle immagini. Un'abitudine, un assuefarsi, il cui prezzo, avverte il cardinale, è quasi impercettibile ma altissimo: la perdita del senso stesso della nostra umanità, il dono più prezioso, e aggiungere, che Dio ci ha concesso. “Più a lungo rimaniamo ciechi alle terribili conseguenze della guerra”, si legge nella dichiarazione, “più rischiamo di perdere la nostra umanità”.

Non si tratta di una posizione ingenua o di una condanna astratta della potenza militare americana, quanto piuttosto di una critica rivolta a un approccio comunicativo che, giudicato superficialmente come innovativo o accattivante, finisce per banalizzare il dramma. La preoccupazione di Cupich è che il pubblico, bombardato da questi messaggi, finisca per non distinguere più tra finzione e realtà, tra il gioco e il dramma. “Perdiamo la nostra umanità quando siamo affascinati dal potere distruttivo delle nostre forze armate”, ha avvertito, lanciando un appello che va oltre le appartenenze politiche e tocca il cuore della responsabilità individuale e collettiva di fronte alla sofferenza. Un appello, il suo, che si chiude con una nota di fiducia: “So che il popolo americano vale più di tutto questo”, ha dichiarato, confidando nel buon senso di una nazione che, secondo l'arcivescovo, è in grado di riconoscere che l'Iran non è un videogioco ma una nazione abitata da persone in carne e ossa.

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