Conti correnti italiani, la ricchezza ferma è tra le più basse d’Europa

Conti correnti italiani, la ricchezza ferma è tra le più basse d’Europa
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Redazione Economia Redazione Economia   -   La ricchezza detenuta sui conti correnti italiani pesa meno rispetto agli altri principali Paesi europei, nonostante sui depositi bancari delle famiglie restino 1.163 miliardi di euro. Il dato mostra un quadro diverso dalla percezione comune secondo cui gli italiani terrebbero troppa liquidità ferma in banca: se da un lato queste somme potrebbero essere destinate a forme alternative di impiego capaci di sostenere l’economia reale e offrire maggiori rendimenti ai risparmiatori, dall’altro il confronto europeo ridimensiona il fenomeno. La quota di patrimonio lasciata sui conti correnti risulta infatti tra le più basse d’Europa.

L’andamento degli ultimi anni è stato segnato soprattutto dall’impatto dell’inflazione sul valore reale dei depositi. Negli ultimi quattro anni, il denaro lasciato fermo sui conti correnti italiani ha perso l’11,6% del proprio valore in termini reali, a causa dell’aumento del costo della vita seguito allo shock energetico e alla forte crescita dei prezzi. La liquidità non investita ha quindi subito un’erosione significativa, riducendo il potere d’acquisto delle somme accumulate dalle famiglie senza che queste venissero spostate verso strumenti in grado di compensare l’aumento dei prezzi.

Il peso della liquidità ferma sui risparmi delle famiglie

Il rapporto tra risparmio e investimenti emerge anche dal quadro europeo analizzato da EFAMA nel documento dedicato alla partecipazione delle famiglie ai mercati dei capitali. Lo studio evidenzia che la preferenza per i depositi bancari non riguarda soltanto l’Italia, ma coinvolge anche altri importanti Paesi europei, dove una parte rilevante dei risparmi delle famiglie resta comunque concentrata sui conti correnti. La tendenza spesso considerata tipicamente italiana appare quindi più ampia e riguarda il comportamento dei risparmiatori europei nel loro complesso.

La permanenza di grandi somme sui conti correnti comporta anche un costo legato alle opportunità mancate. Secondo quanto emerge dai dati riportati, la liquidità lasciata inattiva può tradursi in oltre 5.000 euro di rendimento perso, considerando le alternative di investimento disponibili. Il tema riguarda quindi non solo la perdita di valore causata dall’inflazione, ma anche la differenza tra mantenere il denaro fermo e scegliere strumenti diversi per la gestione dei risparmi.

Come sono cambiati i depositi dopo inflazione e crisi

I movimenti della liquidità delle famiglie italiane sono stati influenzati dagli eventi degli ultimi anni, in particolare dallo scoppio della guerra in Ucraina e dalle successive fiammate inflazionistiche. In questo periodo alcuni depositi sono stati erosi dall’aumento dei prezzi, mentre altre somme sono state trasferite verso forme di investimento considerate più redditizie. La fotografia dei conti correnti racconta quindi sia la perdita di valore della liquidità ferma sia i cambiamenti nelle scelte finanziarie delle famiglie.

Anche a livello locale emergono segnali dello stesso fenomeno. A Milano, i conti correnti delle famiglie residenti si sono ridotti del 4% negli ultimi quattro anni: rispetto ad aprile 2022, oggi i depositi bancari risultano inferiori di 3,75 miliardi di euro. La diminuzione delle somme disponibili sui conti può essere collegata sia all’effetto dell’inflazione sul patrimonio sia allo spostamento di parte della liquidità verso altre forme di impiego, mostrando come le famiglie abbiano modificato la gestione dei propri risparmi.

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