Retribuzioni basse e instabilità, il lavoro in Italia resta fragile
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Redazione Interno
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Il quadro tracciato dall’Osservatorio sulle Statistiche dell’INPS per il 2024, che restituisce un mercato del lavoro ancora segnato da retribuzioni basse e contratti instabili, mostra come circa la metà dei lavoratori dipendenti italiani non superi i ventimila euro lordi annui. Emergono, dall’analisi, differenze molto nette tra pochi settori ad alta remunerazione e la gran parte delle attività, le quali restano lontane dalla media nazionale nonostante si registri, nel complesso, una crescita delle retribuzioni medie. Una forbice salariale che, se da un lato sembra accennare a timidi miglioramenti, dall’altro continua a lasciare indietro una fetta consistente della popolazione attiva, costretta a confrontarsi con una sufficienza economica sempre più precaria.
Il caso del Lazio e le sue tre velocità
Nel Lazio, nonostante l’aumento generale dei compensi, quasi quattro lavoratori su dieci percepiscono entrate annue inferiori ai quindicimila euro, un dato che coinvolge oltre seicentosessantamila persone secondo l’ultimo rapporto della Cgil di Roma e del Lazio, il quale si basa sui dati INPS aggiornati al 2024 relativi al settore privato non agricolo. La regione, come del resto il Paese, appare divisa in tre velocità: se da un lato si osserva un incremento dei lavoratori dipendenti, passati da circa un milione e settecentosessantasettemila unità a quasi un milione e ottocentomila, con un aumento dell’1,8%, dall’altro calano i contratti di durata inferiore ai tre mesi, scesi del 4,4%, mentre crescono, seppur di poco, quelli di media e lunga durata.
La qualità del lavoro è un problema irrisolto
La quantità degli occupati, tuttavia, non è indice di qualità, poiché il mercato del lavoro non riesce a coniugare la base numerica con l’altezza delle retribuzioni e della stabilità contrattuale. La massa dei dipendenti nel privato non agricolo, che sfiora il milione e ottocentomila unità, nasconde al suo interno disparità profonde; si tratta di una tendenza che viene confermata anche per il lavoro più stabile, il quale non sempre garantisce un reddito adeguato. Molti di loro, non raggiungendo una soglia salariale dignitosa, finiscono per rientrare nella categoria dei cosiddetti working poor, una condizione che limita fortemente le prospettive future e il potere d’acquisto.
Il divario di genere persiste nelle carriere
A complicare ulteriormente il panorama contribuisce il persistente divario retributivo di genere, un fenomeno che in Italia vede le lavoratrici spesso operative in settori diversi e meno remunerativi rispetto a quelli dei colleghi uomini. Le differenze, come emerso in un recente approfondimento, affondano le radici già nella scelta dei percorsi universitari e si perpetuano nel mondo del lavoro, dove una parte significativa delle donne che svolgono un impiego a tempo parziale non lo fa per libera scelta. Questo gap, che si traduce in minori opportunità di carriera e in una sottorappresentazione nei ruoli apicali, costituisce un ulteriore elemento di fragilità in un sistema che fatica a offrire equità e prospettive solide a tutti i suoi componenti.




