L’occupazione tiene grazie ai soli autonomi, ma il lavoro stabile arretra e il sommerso avanza
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Redazione Economia
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Nel primo trimestre del 2026 l’Istat ha certificato un nuovo record per l’occupazione in Italia – mai così alta dall’inizio delle serie storiche trimestrali nel 2004 – eppure, a guardare i dettagli di questa fotografia diffusa nelle scorse ore, emergono crepe strutturali che raccontano un mercato del lavoro profondamente cambiato rispetto a un anno fa.
Il numero totale degli occupati, che si attesta a 24 milioni 207 mila unità, ha infatti registrato un incremento congiunturale di 67 mila unità (+0,3%) rispetto all’ultimo trimestre del 2025; su base annua, però, la crescita si è fermata a +50 mila unità (+0,2%), un ritmo che l’istituto di statistica stesso definisce “meno intenso” rispetto ai periodi precedenti.
A spingere verso l’alto il dato complessivo è stato esclusivamente il comparto dei lavoratori autonomi: questi ultimi, con un balzo di 72 mila unità in tre mesi pari a un +1,4%, hanno compensato le flessioni registrate tra i dipendenti, dove la flessibilità contrattuale mostra segnali contraddittori.
Se da un lato i contratti a tempo determinato crescono di 9 mila unità (+0,3%), dall’altro quelli a tempo indeterminato arretrano di 13 mila unità (-0,1%), un’inversione di tendenza che spiega la fragilità di una ripresa basata più su redditi da partita Iva che su stabilizzazione del lavoro dipendente.
Il paradosso della disoccupazione e l’esercito silenzioso degli inattivi
Nonostante la sostanziale stagnazione dell’occupazione dipendente – che su base annua segna un meno 0,5% per i posti fissi e un preoccupante meno 4,2% per i precari – l’Istat rileva un crollo verticale del numero di disoccupati, scesi a 1 milione 364 mila unità con una riduzione tendenziale del 22,4% (-394 mila persone in un anno).
Si tratta di un paradosso solo apparente, se si considera che contemporaneamente è aumentato il numero di coloro che hanno smesso del tutto di cercare un impiego, ovvero gli inattivi nella fascia d’età 15-64 anni: questi ultimi sono cresciuti di 320 mila unità su base annua (+2,6%), portando il tasso di inattività al 33,8%.
Tradotto in numeri assoluti, significa che mentre il tasso di disoccupazione scende al minimo storico del 5,4% e quello di occupazione sale al 62,5%, una fetta crescente della popolazione in età lavorativa (soprattutto al Sud, dove il tasso di occupazione staziona al 50%) ha semplicemente alzato bandiera bianca, uscendo dal radar delle statistiche ufficiali.
La fotografia diventa ancora più nitida analizzando le dinamiche settimanali e orarie: l’input di lavoro, misurato dalle ore effettivamente lavorate, è cresciuto dell’1% rispetto al primo trimestre 2025, un incremento che segue l’andamento del Pil (+0,8% tendenziale) ma che non riesce a nascondere la precarizzazione in atto.
Il sommerso come valvola di sfogo: 77 miliardi di giro d’affari
In questo contesto di instabilità contrattuale, la valvola di sfogo per molti lavoratori – e per molti datori – rimane quella dell’economia sommersa, un fenomeno che incide per 77 miliardi di euro all’anno sul valore aggiunto nazionale e che interessa oltre 2,6 milioni di occupati irregolari.
Le ultime elaborazioni della Cgia di Mestre su dati Istat (riferiti al 2023 ma ancora attualissimi nel 2026) confermano la natura endemica del lavoro nero, che presenta un tasso di irregolarità medio del 10% a livello nazionale; in alcune regioni del Sud, come Calabria, Campania e Sicilia, questo tasso supera di gran lunga la media, sfiorando il 18% in Calabria, dove oltre un lavoratore su sei è completamente in nero.
A trainare il sommerso sono storicamente i servizi alla persona (con un’incidenza del 48,8% tra colf e badanti, dove una posizione su due è irregolare), l’agricoltura (20,8%) e l’edilizia, ma l’analisi territoriale rivela come il fenomeno stia mutando pelle: se il Mezzogiorno continua a concentrare oltre un terzo della ricchezza prodotta illegalmente (37,5% degli irregolari), anche il Nord-ovest e il Nord-est fanno registrare masse critiche significative, rispettivamente con 634 mila e 422 mila lavoratori non regolari.
Si tratta di numeri che alimentano il racket del caporalato – tornato alla ribalta della cronaca dopo i recenti fatti di Amendolara – e che si estendono ormai a nuovi comparti come la logistica, l’assistenza domiciliare e le piattaforme digitali di delivery, dove lo sfruttamento sfugge ai controlli tradizionali.
L’allarme dei sindacati e la tenuta (apparente) del Sud
Di fronte a questi dati, che mostrano un’occupazione cresciuta in un anno quasi esclusivamente per effetto dell’aumento dei lavoratori autonomi (+4,7%), le reazioni del mondo economico non si sono fatte attendere: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, ha voluto sottolineare come il Mezzogiorno continui a “consolidare la sua crescita occupazionale” attestandosi su un tasso del 50%, definendolo un “massimo storico”.
Una lettura, questa, che però cozza con la realtà del sommerso e con l’incremento degli inattivi proprio nelle regioni meridionali, dove il tasso di irregolarità supera abbondantemente la media nazionale.
A livello di imprese, invece, l’Istat rileva una timida ripresa delle posizioni lavorative dipendenti a tempo pieno (+0,5% congiunturale), accompagnata da un calo della quota di part-time che scende al 28,8%; su base annua, però, anche il part-time perde colpi (-0,1 punti), segno che la crescita del lavoro non è lineare ma procede a scatti, guidata più dalla necessità di coprire picchi di produzione (i contratti a termine) che da una strategia di investimento stabile sul capitale umano.
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