Draghi a Lovanio e il coraggio della parola federale nell'Europa della nebbia
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Redazione Esteri
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Mario Draghi ha scelto una delle aule più antiche e prestigiose d'Europa, l'università di Lovanio, per lanciare un monito che, per la sua chiarezza, ha il sapore di una sfida al torpore continentale. In un momento storico in cui l'ordine globale appare profondamente compromesso, l'ex presidente della Bce – la cui autorevolezza rimane un punto di riferimento in certi ambienti tecnocratici e politici – ha deciso di abbandonare ogni prudenza lessicale, pronunciando una parola che per anni è stata evitata con cura: federazione. L’appello per un’Europa autenticamente federale, capace di agire come un blocco coeso di fronte alle volontà imperialiste e alla crisi dei valori democratici, risuona così in una sede culturale, quasi a sottolineare la distanza tra le urgenze della realtà e l’immobilismo delle stanze del potere europeo, dove spesso si preferisce il mormorio al dibattito sostanziale.
Il pragmatismo dei fatti e la strada dell'opting out
La riflessione di Draghi, tuttavia, non si limita a un auspicio ideale, ma si cala nella concretezza delle misure già adottate, seppure in via emergenziale. Il meccanismo utilizzato per i finanziamenti all'Ucraina, basato su un debito comune ma con la possibilità per i paesi dissenzienti di scegliere un "opting out", rappresenta infatti un modello interessante di federalismo pragmatico. Questo espediente, che aggira il diritto di veto pur rispettando formalmente il principio dell'unanimità, indica una possibile strada per superare le paralisi che affliggono il processo decisionale a ventisette. È una soluzione che, sebbene concepita come provvisoria, disegna i contorni di un'Europa a geometria variabile, dove un nucleo di stati può procedere più speditamente, lasciando ad altri la facoltà di aderire in un secondo momento, senza bloccare tutto il sistema.
Il movimento federalista rilancia: fusione, non solo cooperazione
La proposta trova eco immediata nel Movimento federalista europeo, la cui vicepresidente Rossella Zadro non si limita a sottoscrivere le parole di Draghi, ma le spinge oltre. Zadro, infatti, parla esplicitamente della necessità di fondere i ventisette stati in un'unica nazione, evocando l'obiettivo di sempre: gli Stati Uniti d'Europa. Secondo questa visione, la semplice cooperazione intergovernativa non basta più a garantire quei valori fondanti – pace, libertà, solidarietà – che sono alla base del progetto comunitario e che oggi appaiono minacciati. La coesione, in questo senso, non è più solo una questione di politiche comuni, ma di destino condiviso, unico modo per preservare il benessere e il peso geopolitico del continente in un mondo che cambia vorticosamente.
Il bivio politico e il silenzio delle istituzioni
La nettezza del messaggio di Lovanio getta ora una luce cruda sul bivio che attende i leader nazionali, incluso il governo italiano. Per anni, infatti, si è discusso di sovranità europea e autonomia strategica utilizzando un linguaggio volutamente vago, calibrato per non urtare sensibilità nazionali troppo profonde. Draghi, invece, rompe questo schema, chiamando le cose con il loro nome e costringendo la politica a uscire dall'ambiguità. La vera questione, posta dal suo intervento, non è più se l'Europa debba essere più unita, ma fino a che punto sia disposta a spingersi sulla via dell'integrazione, trasformando i suoi meccanismi da una sommatoria di interessi nazionali in una volontà comune e sovrana. Una domanda alla quale le attuali istituzioni dell'Unione, spesso impigliate in procedure farraginose, faticano ancora a dare una risposta.




