Mario Draghi a Lovanio: l'ordine globale è defunto, serve un'Europa potente e unita

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quella pronunciata da Mario Draghi nell'aula magna dell'università di Lovanio non è stata una delle solite, per quanto autorevoli, esortazioni ai leader europei affinché superino le loro divisioni. Il discorso, tenuto in occasione del conferimento di una laurea honoris causa, ha invece delineato con fredda chiarezza una nuova e più urgente cartografia delle minacce, nella quale la protezione storica offerta dagli Stati Uniti non appare più un dato scontato. L'ex presidente della Banca Centrale Europea ha dichiarato, senza mezzi termini, che "l'ordine globale è ormai defunto", segnalando così la fine dell'architettura internazionale che, fondata sul diritto e sul multilateralismo, aveva assicurato pace e sviluppo al continente nel dopoguerra.

Una diagnosi senza illusioni: la fine della protezione atlantica

Draghi ha ricordato come la dottrina di sicurezza europea sia stata per decenni plasmata dalla certezza dello scudo americano, un presupposto che ha permesso ai paesi membri di concentrare le energie sull'integrazione economica. Tuttavia, l'evoluzione delle relazioni transatlantiche sotto la presidenza di Donald Trump, unitamente all'ascesa competitiva e talvolta aggressiva della Cina, impone una disillusa presa di coscienza. Gli Stati Uniti, pur restando un alleato fondamentale, perseguono ora con maggior decisione i loro interessi nazionali, spesso in modo unilaterale, mentre Pechino sfida le regole del gioco su più fronti, dalla tecnologia al commercio. Di conseguenza, l'Europa si ritrova esposta in un mondo dove la forza, più che il diritto, tende a prevalere.

Il federalismo pragmatico come via per l'autonomia strategica

La risposta a questa duplice pressione – da un lato Washington, dall'altro Pechino – non può essere, secondo l'analisi di Draghi, una sterile resistenza di principio. Piuttosto, gli europei devono abbracciare quello che ha definito un "federalismo pragmatico", un processo cioè di condivisione della sovranità in settori chiave come la difesa, l'energia e l'industria tecnologica, partendo da quelle aree dove l'integrazione produce immediati vantaggi per tutti. Solo agendo come un unico soggetto, con una politica estera coesa e strumenti finanziari comuni, l'Unione può ambire a negoziare da una posizione di forza e a difendere il suo modello sociale ed economico. È questa, ha sottolineato, l'unica strada per evitare una pericolosa subordinazione e per diventare "una vera potenza".

La sfida esistenziale: uniti o irrilevanti

Il monito finale dell'ex presidente della Bce trascende le abituali riflessioni sull'inefficienza europea, toccando il cuore di una questione esistenziale. La posta in gioco non è semplicemente una migliore governance, bensì la capacità stessa del continente di determinare il proprio destino in un secolo segnato dalla rivalità tra giganti. Draghi ha implicitamente respinto l'idea di un'Europa forte solo come partner commerciale, sostenendo la necessità di costruire una potenza a tutto tondo, in grado di proiettare stabilità e di far rispettare le proprie regole. Un progetto, ha ammesso, di straordinaria difficoltà, ma la cui alternativa sarebbe un declino politico ed economico irreversibile, lasciando ai singoli Stati membri un margine di manovra sempre più esiguo.

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