Draghi a Lovanio: l'Europa rischia subalternità senza un salto federale
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Redazione Esteri
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Dall’Università di Lovanio, Mario Draghi ha nuovamente impresso una scossa al dibattito continentale, delineando con fredda lucidità i rischi concreti che attendono un’Unione europea incapace di un vero balzo in avanti. La sua analisi, che evita qualsiasi compiacenza, fotografa un contesto internazionale radicalmente mutato, dove la presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti, accanto all’assertività di potenze come la Russia e la Cina, impone scelte di fondo. L’Europa, secondo il suo monito, si trova di fronte a un bivio storico: procedere con decisione verso una forma di “federalismo pragmatico” o accettare un progressivo e inesorabile declino, trasformandosi in un attore subalterno, economicamente impoverito e politicamente diviso.
Il prezzo concreto della non-decisione
Le sue parole, che riecheggiano gli allarmi lanciati nel suo Rapporto sulla competitività, vanno ben al di là di un generico richiamo all’unità. Draghi, il cui peso specifico rimane considerevole, parla il linguaggio delle conseguenze materiali: deindustrializzazione, perdita di sovranità strategica, incapacità di difendere il modello sociale e i livelli di benessere raggiunti. L’irrilevanza, in questo quadro, non è un’astrazione retorica ma l’anticamera di una condizione di vassallaggio, dove le decisioni fondamentali per il futuro dei cittadini europei verrebbero prese altrove. Il suo discorso, privo di fronzoli, tratteggia un orizzonte di “lenta agonia” per un’entità che, se non agisce come un blocco coeso, semplicemente non conta.
Un realismo che supera la mitologia
La potenza dell’intervento, che alcuni potrebbero definire spietato, risiede proprio nella sua natura fattuale e non ideologica. Il federalismo proposto non è un sogno utopistico, bensì una risposta obbligata a dinamiche geopolitiche ed economiche già in atto. È come descrivere, per usare una metafora da lui stesso evocata, un oggetto concreto da diversi punti di vista: si può usare il linguaggio del mito o quello della giurisprudenza, ma la sostanza non cambia. La bottiglia sul tavolo, per l’appunto, è sempre quella. E la sostanza, oggi, è che la frammentazione dei mercati, delle politiche della difesa e dell’energia costituisce un lusso che l’Europa non può più permettersi, mentre altri attori globali consolidano i propri blocchi di potere.
Il rumore di fondo e la sostanza dei fatti
In un panorama mediatico spesso distratto da episodi di cronaca o da mere rappresentazioni del potere – sia esso l’effigie di un leader storico su una cattedrale o un ritratto contemporaneo che fa discutere –, l’analisi di Draghi rappresenta un monito severo a concentrarsi sulla sostanza. La comunicazione politica e l’adulazione, quando il potere è carismatico, possono riempire le pagine dei giornali, ma i processi che decidono davvero il futuro hanno una natura ben diversa. Richiedono, come sottolinea l’ex Presidente della Bce, una capacità di visione e di sacrificio degli interessi particolari che finora è mancata, condannando l’Unione a essere un gigante economico dai piedi d’argilla sul palcoscenico mondiale.
La questione della difesa comune, per esempio, è emblematica di questa impasse. In assenza di una vera integrazione delle forze e delle intelligenze strategiche, gli sforzi restano nazionali, duplicati e inefficaci. Lo stesso vale per la politica industriale e tecnologica, dove la concorrenza interna spesso smorza qualsiasi ambizione di competere con i colossi sovvenzionati da Washington o Pechino. Draghi, senza addentrarsi in tecnicismi inutili, pone dunque una questione di volontà politica prima ancora che di meccanismi istituzionali. Il suo è un appello a guardare in faccia la realtà, abbandonando finalmente le illusioni di un’Europa che possa mantenersi prospera e sicura senza compiere quel salto di qualità che la storia ora impone.




