Draghi a Lovanio: l'Europa federale, un passo per chi ci sta

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dalle aule dell’università di Lovanio, dove ha ricevuto una laurea honoris causa, Mario Draghi ha rilanciato con vigore un’idea d’Europa che, seppur non nuova, suona oggi come un’urgente chiamata all’azione. Il quadro che dipinge, scevro di inutili edulcorazioni, è quello di un continente stretto nella morsa di potenze globali assertive – da Trump a Putin, fino a Xi – le cui fragilità interne spesso si traducono in posture aggressive sullo scacchiere internazionale. In questo contesto, secondo l’ex presidente della Bce, l’Unione rischia una pericolosa marginalità, condannata a un ruolo subalterno, a divisioni interne insanabili e a un declino industriale irreversibile. Le sue parole, come spesso accade, hanno immediatamente polarizzato le interpretazioni: da un lato chi vi legge la sola ricetta possibile per la sopravvivenza, dall’altro chi vi scorge l’origine di uno svilimento delle sovranità nazionali e delle loro specificità.

Il federalismo pragmatico e la lezione dell'euro

La proposta avanzata da Draghi, che definisce "federalismo pragmatico", rappresenta un salto di qualità nel dibattito istituzionale europeo, poiché supera la retorica dell’unità a tutti i costi. Il modello a cui implicitamente si richiama è quello della moneta unica, un progetto nato non a ventisette, ma con un nucleo ristretto di paesi determinati a cedere quote di sovranità per un obiettivo superiore. Il principio è chiaro, e Lovanio ne è stata la cassa di risonanza: l’integrazione deve procedere a più velocità, coinvolgendo in profondità gli stati membri che mostrano una volontà politica concreta di condividere ulteriori competenze, come quelle in materia di difesa comune e autonomia strategica. Agli altri, a coloro che preferiscono un’unione leggera e intergovernativa, non verrebbe preclusa la porta, ma si troverebbero semplicemente fuori dal cuore decisionale del nuovo progetto federale.

Dalla competitività alla sicurezza: un discorso coerente

Questo intervento non costituisce una svolta improvvisa, bensì la naturale evoluzione dell’allarme lanciato da Draghi nel suo Rapporto sulla competitività, dove paventava per l’Europa una "lenta agonia". Quelle che allora erano considerazioni economiche, legate a investimenti, innovazione e produttività, oggi acquisiscono una dimensione geopolitica ineludibile. La deindustrializzazione, la dipendenza tecnologica, la frammentazione negli approvvigionamenti energetici: sono tutti fattori che, se non governati con politiche comuni e ambiziose, minano non solo il benessere ma la stessa sicurezza collettiva. Il passaggio logico è consequenziale: un’Europa economicamente fragile non potrà mai essere un attore politico autonomo, destinata piuttosto a subire le scelte altrui, come un vassallo in balia degli eventi.

Le parole come specchio di una realtà complessa

La natura stessa del discorso di Lovanio, capace di generare reazioni così antitetiche, riflette del resto la profonda divisione che attraversa il Vecchio Continente. La metafora della bottiglia descritta da punti di vista opposti è calzante: l’oggetto è uno, ma la sua percezione cambia radicalmente a seconda dell’angolazione. Per alcuni, l’invito di Draghi è il monito lucido di un tecnocrate che vede il precipizio; per altri, è l’ennesima istigazione a privare le nazioni della loro voce. Ciò su cui non si discute, e che emerge con forza dal testo, è la convinzione che lo status quo non sia più un’opzione sostenibile. L’Europa si trova a un bivio, costretta a scegliere se accentrare strategicamente alcune decisioni fondamentali per contare a livello globale, o accettare di diventare un’entità sempre più irrilevante, esposta a ogni vento di crisi internazionale.

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