La nuova dottrina americana nel Golfo: guerra economica alla «flotta ombra» mentre i negoziati arrancano a Islamabad

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si tratta più, o almeno non principalmente, dell’urto frontale tra cacciatorpediniere o degli sciami di droni intercettati nel cielo del Medio Oriente. La crisi con Teheran, ormai entrata in una fase di logoramento i cui confini geografici si stanno dilatando ben oltre lo Stretto di Hormuz, ha trovato il suo nuovo campo di battaglia nelle acque grigie del mar Arabico e, più precisamente, nei computer che tracciano i movimenti delle petroliere. Gli Stati Uniti, nella loro strategia di pressione, hanno infatti rovesciato il tavolo da gioco: abbandonata l’idea di una “forza schiacciante” immediata che caratterizzava le fasi iniziali, l’amministrazione – con il presidente Trump ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno – sta sperimentando quella che alcuni analisti definiscono una “dottrina dello strangolamento”, mirata a colpire il cuore pulsante dell’economia iraniana.

La «caccia globale» alle petroliere fantasma

Mentre i riflettori sono puntati sui tavoli negoziali di Islamabad – dove gli inviati americani si preparano a sedersi (o a tornare a sedersi, viste le ultime fibrillazioni) con i rappresentanti della Repubblica Islamica – la marina militare statunitense ha ricevisto una direttiva operativa senza precedenti. Non più un semplice presidio dello Stretto, ma una vera e propria operazione di interdizione globale, finalizzata a intercettare e sequestrare le navi battenti bandiera iraniana o comunque riconducibili al regime, anche in acque internazionali molto distanti dal Golfo. L’obiettivo dichiarato, al di là della retorica militare, è dissanguare la “flotta ombra” di Teheran, quel dedalo di petroliere che – per aggirare le sanzioni – navigano con i trasponder spenti (tecnicamente “going dark”), fingendo identità inesistenti o alterando le loro rotte attraverso il fenomeno noto come “spoofing”. Queste navi, cariche di greggio destinato quasi integralmente alla Cina, rappresentano l’ultima arteria vitale di un’economia al collasso. Intercettandole nel mar Arabico o nel golfo del Bengala, come avvenuto nei giorni scorsi per la petroliera Tifani, Washington prova a portare la tattica di guerriglia marittima adottata finora dai pasdaran dritta nel campo avversario.

Lo scacchiere di Hormuz e l’uranio come spada di Damocle

Le operazioni navali, scattate dopo l’inizio del blocco navale lo scorso 13 aprile, non possono essere lette separatamente dalle questioni lasciate in sospeso a Islamabad. Sul tavolo delle trattative – che procedono a singhiozzo, tra un volo di ritorno a Washington e un annuncio di nuove sanzioni – restano due dossier scottanti. Il primo, tangibile e visibile, è quello dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui passa il 20% del petrolio mondiale: gli Stati Uniti vogliono una riapertura totale del corridoio, al momento ostruito dalle minacce di Teheran. Il secondo, immateriale ma esplosivo, è quello dell’uranio arricchito. Teheran continua a sfidare l’Occidente sulla sua capacità di arricchimento, una linea rossa che la Casa Bianca non è disposta a superare per il timore – mai sopito – che quel know-how possa un giorno tradursi in un ordigno atomico. Le due crisi, quella bellica e quella nucleare, procedono dunque parallele: mentre la Marina sequestra i carichi di greggio, i diplomatici tentano di congelare il programma atomico.

Strategia del logoramento e colpi bassi geoeconomici

L’operazione, che alcuni ambienti americani hanno già ribattezzato “Economic Fury” per la sua ferocia finanziaria, dimostra però dei limiti strutturali. Da un lato, le stime parlano di centinaia di milioni di barili già in mare o stoccati, una mole tale da rendere lo strangolamento economico un processo lento, destinato a durare mesi, non giorni. Dall’altro, l’uso di tattiche mordi-e-fuggi come l’intercettazione della MSC Francesca e dell’Epaminondas – finite nelle acque iraniane dopo un attacco della Guardia Rivoluzionaria – rivela la fragilità di una tregua costantemente violata. L’amministrazione Trump non cerca più la resa immediata del nemico, né una vittoria spettacolare in mare aperto. La nuova dottrina, che emerge frammentata dai comunicati del Pentagono e dalle navi fantasma rintracciate via satellite, è fatta di resilienza e capillarità: trasformare ogni miglio di oceano in un territorio ostile per l’export iraniano, aspettando che la morsa finanziaria faccia il suo lavoro laddove i bombardamenti hanno fallito.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.