Il referendum sulla giustizia, Mieli in tv difende il sorteggio del Csm: "Così si limitano le correnti". Scontro con Bonafede su Otto e mezzo
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Redazione Interno
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Il dibattito pubblico in vista della consultazione referendaria del 22 e 23 marzo, che chiama i cittadini a pronunciarsi sulla riforma costituzionale della giustizia voluta dal governo, si arricchisce di confronti accesi e precisazioni tecniche. Nel corso della trasmissione “Otto e mezzo”, condotta da Lilli Gruber su La7, è intervenuto il giornalista Paolo Mieli, il quale ha ribadito con forza le ragioni del suo convinto sostegno alla riforma, soffermandosi in particolare su uno degli aspetti più controversi e discussi del provvedimento: il meccanismo di sorteggio per la composizione dei nuovi Consigli Superiori della Magistratura (Csm), distinti per giudici e pubblici ministeri. Mieli ha inteso chiarire la portata di questo elemento, provando a smontare quelle che ha definito delle “banalizzazioni” circolate nel dibattito. Il meccanismo previsto, ha spiegato, non è un sorteggio “selvaggio” che ignorerebbe competenze e percorsi professionali, ma un metodo “ponderato o temperato in base all’esperienza dei candidati”. In sostanza, i magistrati continueranno a essere eletti, ma l’innesto della componente aleatoria del sorteggio – una misura, questa, che mira a scardinare le logiche spartitorie delle correnti – avrà la funzione di ridurre il peso delle correnti stesse, impedendo loro di presentare liste bloccate e di controllare in modo capillare l’accesso all’organo di autogoverno. “I magistrati saranno eletti come oggi”, ha puntualizzato Mieli, ma l’obiettivo finale, ha aggiunto, è proprio quello di “limitare l’influenza delle correnti interne”. Un passaggio, questo, che tocca il cuore del dibattito, perché il correntismo è da decenni al centro delle critiche al funzionamento del Csm, accusato di lottizzazione e di gestione clientelare delle carriere.
A rendere il confronto particolarmente teso è stato l’inevitabile incrocio con le posizioni dell’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, esponente di spicco del Movimento 5 Stelle e oggi in prima linea nel fronte del “No”. Mieli, con la consueta franchezza, ha riportato l’attenzione su un capitolo del passato recente che coinvolge direttamente Bonafede e il suo operato al dicastero di via Arenula. Il giornalista ha evocato il cosiddetto “caso Palamara”, lo scandalo che tra il 2019 e il 2020 svelò un sistema di pressioni e scambi di favori per pilotare le nomine ai vertici degli uffici giudiziari e del Csm stesso. “Forse lei poteva fare un intervento più deciso perché qualcosa cambiasse”, è stata la stoccata di Mieli, rivolta all’ex ministro, lasciando intendere che l’occasione per una riforma capace di risanare il sistema dall’interno fosse stata colta solo in parte. La replica di Bonafede non si è fatta attendere ed è stata perentoria. L’ex guardasigilli ha difeso il suo operato, ricordando come il suo governo abbia lavorato a una riforma organica che interveniva sui meccanismi interni al Consiglio. “Per la prima volta abbiamo scritto una norma sul blocco delle porte girevoli”, ha rivendicato Bonafede, sottolineando l’introduzione del principio per cui “il magistrato che entra in politica non può tornare alla magistratura”. Un tentativo, ha spiegato, di mettere in piedi un assetto che dividesse nettamente politica e magistratura, anche se la sua esperienza si è fermata prima di giungere a compimento. È stato a questo punto che il confronto è degenerato.
La schermaglia in studio tra interruzioni e la riformulazione del quesito
Il faccia a faccia tra Mieli e Bonafede, lungi dal rimanere un civile scambio di vedute, ha presto assunto i toni di una vivace schermaglia. Mieli, nel tentativo di argomentare la sua posizione e di corroborare le sue tesi con dati ed esempi concreti, si è visto più volte interrompere dal suo interlocutore. La dinamica dialettica è apparsa subito in salita per il giornalista, il quale, visibilmente infastidito, ha alzato la voce per riprendere il filo del discorso. “Scusi, ma questo è un dibattito? Io non l’ho interrotta”, ha protestato Mieli, rivolgendosi prima a Bonafede e poi alla conduttrice, cercando di ristabilire quelle regole di reciproco ascolto che dovrebbero essere alla base di un confronto pubblico. La tensione è salita ulteriormente quando lo stesso Mieli ha accusato l’ex ministro di non rispondere nel merito alle sollecitazioni, preferendo una tattica di disturbo. La conduttrice, Lilli Gruber, ha tentato di mediare, ma la situazione è app app apparsa sul punto di sfuggire di mano. Alla fine, con un intervento risoluto, la Gruber ha tagliato corto: “Siamo a 31 minuti, andiamo avanti”. Un epilogo che ha lasciato in sospeso molte delle sollecitazioni sollevate da Mieli, il quale, in segno di protesta per la condotta del dibattito, ha poi dichiarato: “Risponderò un’altra sera”. Ospite della stessa puntata, in un momento diverso, è stato anche un confronto tra l’avvocato Lapenna e la giudice Iura, chiamati a illustrare le opposte ragioni del “sì” e del “no” su nodi cruciali come la separazione delle carriere – definita da Bonafede “illogica” nella misura in cui tiene pm e giudici nella medesima categoria – e la composizione dei nuovi Csm, con la giudice Iura che ha espresso forti perplessità sul fatto che il sorteggio possa violare il principio di rappresentatività.
Mentre il dibattito politico-mediatico si infiamma, la macchina organizzativa per il voto si avvia. La campagna referendaria vede schierati su fronti opposti il governo e la maggioranza, che sostengono il “Sì” per confermare la riforma, e un composito fronte del “No” che riunisce partiti di opposizione, gran parte dell’Associazione Nazionale Magistrati e diverse voci della società civile, come quella di Maurizio Landini, il quale ha invitato alla mobilitazione in piazza del Popolo per il 18 marzo, sostenendo che la riforma non affronti i veri problemi della giustizia e rischi invece di limitare l’autonomia della magistratura. Nel frattempo, l’Ufficio Centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha dovuto mettere ordine in una vicenda procedurale complessa, legata alla presentazione delle richieste di referendum. Dopo un ricorso, la Cassazione ha riformulato il quesito, specificando gli articoli della Costituzione oggetto di modifica, e ha stabilito un principio importante: la richiesta presentata da un soggetto (in questo caso parlamentari della maggioranza) non consuma il diritto degli altri soggetti legittimati – come i 500mila elettori – a presentare a loro volta istanza, garantendo così la più ampia partecipazione democratica. Una decisione che mette fine a una querelle giuridica e che consente ora di procedere speditamente verso la consultazione.




