Il sorteggio, quel meccanismo che già decide sui ministri e che fa paura alla politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un paradosso, nel dibattito che infuria sulla riforma della giustizia e sui cinque referendum che la accompagnano, un paradosso che pochi, nel chiacchiericcio mediatico, sembrano voler cogliere fino in fondo. Si agita lo spettro di un potere giudiziario stravolto, si evocano scenari da manuale Cencelli riscritto dalla maggioranza, eppure il meccanismo che più di ogni altro viene additato come una pericolosa novità – il sorteggio dei magistrati chiamati a governare se stessi – è in realtà una pratica antica, consolidata e, particolare non da poco, utilizzata proprio per le questioni piú delicate, quelle che riguardano la responsabilità dei membri dell’esecutivo. La sorte, insomma, che dovrebbe oggi rappresentare, secondo i detrattori della riforma, un’inaccettabile resa all’aleatorietà o, peggio, un espediente per indebolire il prestigio della magistratura, è la stessa che da trentacinque anni garantisce l’imparzialità del Tribunale dei ministri. Quando un componente del governo, il presidente del Consiglio incluso – come accaduto di recente con Giorgia Meloni e altri ministri finiti nel mirino di un’indagine – viene sospettato di reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni, non sono i pubblici ministeri delle procure ordinarie a occuparsi del caso. No, la palla passa a un collegio di tre magistrati, e questi tre vengono estratti a sorte ogni due anni nel distretto di corte d’appello competente. Una procedura silenziosa, che non ha mai sollevato particolari allarmi costituzionali, e che affida alla casualità – una casualità temperata da requisiti di anzianità e professionalità, sia chiaro – la decisione se archiviare o chiedere al Parlamento di procedere contro un ministro della Repubblica. Ebbene, se la sorte è garanzia sufficiente per giudicare chi siede al governo, come si spiega che diventi improvvisamente una minaccia quando si tratta di comporre il Consiglio superiore della magistratura?

L’unità perduta della magistratura e le sue voci discordanti

Se la riforma proposta dal ministro Carlo Nordio fosse davvero quell’attentato alla democrazia che una certa narrazione politica descrive con toni talvolta apocalittici, ci aspetteremmo di trovare la magistratura associata compatta come un sol uomo, una falange macedone schierata a difesa dell’ordine costituito. Invece, la realtà, come spesso accade, si incarica di restituire un quadro assai piú frastagliato e complesso, fatto di sfumature e di scontri che attraversano le stesse toghe. Non c’è un coro unanime di “No”, ma un dibattito acceso che divide gli stessi magistrati, rivelando sensibilità e interpretazioni del proprio ruolo profondamente diverse. Da un lato, voci autorevoli come quella del Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, si levano contro la separazione delle carriere con argomenti che affondano le radici nell’esperienza sul campo: Gratteri parla di “normalizzazione”, del rischio concreto di trasformare i pubblici ministeri in burocrati timorosi, di spezzare quell’unità della giurisdizione che rappresenterebbe l’unico argine a un potere politico da sempre “insofferente al controllo di legalità”. Dall’altro lato, però, e non è dettaglio da poco, ci sono magistrati che quella riforma la sostengono apertamente, o che quantomeno ne apprezzano singoli aspetti, come l’introduzione del sorteggio per il Csm, visto come l’unico strumento capace di estirpare il cancro del correntismo e delle logiche di spartizione che hanno umiliato l’istituzione, come emerso inchieste come quella sul caso Palamara. La stessa Associazione nazionale magistrati, del resto, non è un monolito, e le sue diverse correnti si confrontano – e spesso si scontrano – su queste stesse materie.

Quando il dibattito televisivo diventa specchio di una politica nervosa

Che la tensione sia alta, e che i toni si facciano roventi, lo si è visto chiaramente in una recente puntata di Otto e Mezzo, il programma di La7 condotto da Lilli Gruber. Ospiti in studio, Paolo Mieli e l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, a confronto proprio sui nodi cruciali della riforma e dei referendum. Un faccia a faccia che prometteva approfondimento e che, invece, è degenerato in un battibecco dal quale è emersa tutta l’irritazione di chi non si sente ascoltato. Mieli, storico e giornalista, nel tentativo di portare dati ed esempi concreti a sostegno delle sue tesi, si è visto interrompere ripetutamente da Bonafede, al punto da dover protestare a voce alta: “Scusi, ma questo è un dibattito? Io non l’ho interrotta”. Un passaggio emblematico, che dice molto sul clima che si respira. Da un lato, la posizione di chi, come Mieli, prova a spiegare che la riforma, al netto delle intenzioni, prevede meccanismi – come il sorteggio ponderato per i membri togati del Csm – che non rappresentano uno stravolgimento, ma un’evoluzione di principi già esistenti. Dall’altro, la replica di Bonafede, che difende l’operato del governo Conte e insiste sulla pericolosità di un sistema che, a suo dire, aumenterebbe lo squilibrio a favore della politica. La conduttrice, Lilli Gruber, costretta a intervenire per tagliare corto e mandare in pubblicità, ha lasciato Mieli con l’amaro in bocca e la promessa, piuttosto risentita, di “fare un altro dibattito un’altra volta, perché questo non è il modo”. Uno scambio acceso che fotografa la difficoltà di un confronto civile su materie tanto delicate.

La provocazione di Bartolozzi e le crepe nel fronte del No

Nel frattempo, a infiammare ulteriormente gli animi ci hanno pensato le dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, finita al centro di una bufera per un intervento su un’emittente siciliana. Nel promuovere il “Sì” al referendum, Bartolozzi ha usato espressioni forti, parlando di “plotoni di esecuzione” in riferimento alla magistratura, suscitando la reazione indignata di Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Pd, ospite di Dimartedì, ha ricordato come davanti a veri plotoni di esecuzione ci siano finiti, in Sicilia, magistrati come Falcone, Borsellino, Livatino, uccisi dalla mafia per aver difeso lo Stato. Parole pesanti, quelle di Bartolozzi, che rischiano di alimentare la già rovente polemica e di spostare il dibattito su un piano emotivo piuttosto che su quello razionale dell’analisi dei testi. Ma se da un lato la maggioranza stringe i ranghi, dall’altro non mancano sorprese inaspettate. Danilo Toninelli, ex ministro del Movimento 5 Stelle, ha dichiarato a Radio Cusano di ritenere la riforma “tecnicamente migliorativa”, esprimendo un convinto apprezzamento proprio per il meccanismo del sorteggio. “Se metti il sorteggio non c’è più una roba politica”, ha spiegato, “chi va lì a comandare è indipendente e non deve rispondere a nessuno”. Una posizione, la sua, che ha il merito della chiarezza e che apre una crepa nel fronte del “No”, dimostrando che la riforma, al di là degli steccati ideologici, contiene elementi che possono essere valutati positivamente anche da chi, come Toninelli, precisa di non votare Meloni “neanche sotto tortura”.

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