Il referendum sulla giustizia, tra il sorteggio dei membri del Csm e le esternazioni della capo di gabinetto Bartolozzi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A meno di due settimane dal voto del 22 e 23 marzo, la campagna per il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati entra nel vivo, segnata da un crescendo di dichiarazioni e polemiche che finiscono spesso per oscurare il merito dei cinque quesiti. Giorgia Meloni, scesa in campo in prima persona con un video di tredici minuti diffuso sui suoi canali social, ha cercato di riportare l’attenzione sui contenuti della riforma, respingendo quelle che ha definito “banalizzazioni e troppe bufale messe in circolazione”. La presidente del Consiglio, nella sua esposizione, ha insistito su tre pilastri portanti dell’intervento: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l’istituzione di un’Alta corte disciplinare e, nodo forse più intricato, il nuovo meccanismo di selezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura che, attraverso un sorteggio su platee qualificate, dovrebbe – nelle intenzioni del governo – estirpare il malcostume delle correnti. Un meccanismo, quest’ultimo, che guarda a pratiche antiche – il cosiddetto “sortition” utilizzato nella Roma repubblicana e nelle repubbliche marinare – per risolvere un problema moderno di lottizzazione interna alla magistratura.

Mentre la premier tesse le lodi di una riforma che libererebbe i magistrati dal controllo della politica e dalle correnti, garantendo loro una libertà di giudizio oggi inesistente, le cronache giudiziarie e le dichiarazioni di alcuni dei suoi più stretti collaboratori finiscono per alimentare le preoccupazioni di chi, nel fronte del No, vede nella riforma un atto di delegittimazione dell’intero ordine giudiziario. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenuto a un evento a Torino, ha respinto con forza queste accuse, dichiarando che l’idea di voler umiliare la magistratura è la considerazione che, nei mesi passati, lo ha ferito di più: “Ho vestito la toga per oltre quarant’anni, figurarsi se un magistrato che si sente ancora tale vuole umiliare i colleghi”, ha detto il guardasigilli, rivendicando anzi che la riforma libererà i giudici dall’ipoteca correntizia, una degenerazione denunciata anche da molti che oggi, paradossalmente, militano nel fronte del No. Nordio ha poi dovuto affrontare le polemiche sollevate dalla sua capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, finita al centro di una bufera per alcune frasi pronunciate in televisione.

Le frasi choc di Bartolozzi e la replica di Nordio

Nel corso di un dibattito sull’emittente Telecolor, la dottoressa Bartolozzi, parlando della riforma, aveva utilizzato espressioni molto forti, definendo la magistratura “un plotone di esecuzione” e auspicando che, votando Sì, ci si potesse “togliere di mezzo” da questa situazione. In un altro passaggio, riferendosi all’inchiesta che la vede coinvolta – quella sul caso Almasri per cui rischia il processo con l’accusa di false informazioni – aveva affermato: “Io ho un’inchiesta in corso, scapperò da questo paese”. Parole, queste, che hanno immediatamente scatenato la reazione delle opposizioni e non solo. La senatrice Ilaria Cucchi, presente nello studio, ha commentato che la riforma servirebbe a tutto meno che ai cittadini, sottolineando come la stessa Bartolozzi abbia di fatto ammesso di volersi sottrarre alla giustizia italiana qualora la riforma non passi.

Il ministro Nordio, interpellato sulla vicenda, ha cercato di smussare gli angoli, esprimendo la certezza che la sua capo di gabinetto si scuserà per un’espressione che può essere stata interpretata in modo improprio, ma che non rappresenta il suo pensiero sull’intera magistratura. E ha aggiunto, con una certa dose di amarezza, che se qualche volta dal fronte del Sì si eccede nei toni, esiste l’attenuante della provocazione grave, visto che dall’altra parte si sentono dare dei “banditi, mafiosi, camorristi”. Al di là delle schermaglie verbali, resta la complessità di una riforma che tocca nervi scoperti dell’ordinamento, come dimostra la discussione sul sorteggio dei membri del Csm: un sistema che, secondo i suoi sostenitori come l’ex magistrato Luca Palamara – oggi inaspettato testimonial del Sì – eliminerebbe alla radice la possibilità di preselezionare i componenti, azzerando così i legami correntizi che hanno portato a scandali e carriere pilotate. Dall’altro lato, i critici obiettano che la legittimità di un organo di autogoverno derivi proprio dalla scelta consapevole dei suoi membri, non dall’estrazione a sorte, che rischierebbe di mettere in mani inesperte decisioni cruciali per la vita dei cittadini e dei magistrati stessi.

Il contesto della campagna referendaria e le anomalie del voto

A complicare il quadro, e forse a decretare l’insuccesso del referendum in termini di partecipazione, si aggiunge un contesto geopolitico ed economico incandescente. Il conflitto in Medio Oriente, con la chiusura dello stretto di Hormuz, ha innescato una nuova fiammata dei prezzi dei carburanti, con il diesel che in alcune regioni ha già superato i due euro al litro. Un’emergenza che, come emerge dalle cronache locali, rischia di spiazzare l’attenzione dell’elettorato, più preoccupato dal caro-bollette e dall’impatto sui trasporti e sull’agricoltura che non dalle modifiche agli articoli della Costituzione in materia di giustizia. La riforma, pur essendo stata approvata dal Parlamento dopo quattro letture e tre votazioni – come ha ricordato il direttore del Gazzettino Roberto Papetti in risposta a un lettore che ne segnalava l’approvazione “a scatola chiusa” – finisce così per passare in secondo piano nell’agenda dei cittadini, schiacciata dalle urgenze quotidiane del caro-vita.

In questo clima, la campagna referendaria procede tra toni esasperati e reciproche accuse di voler stravolgere l’assetto dei poteri dello Stato. Se da un lato Meloni assicura che la riforma non indebolirà la magistratura ma anzi la renderà più forte e indipendente, liberandola dalle logiche di appartenenza, dall’altro le opposizioni denunciano una deriva punitiva verso i magistrati. La stessa Bartolozzi, parlando a Torino, aveva difeso la riforma come uno strumento per far riacquisire credibilità alla magistratura, attirando così investimenti e convincendo i giovani a non andare via dall’Italia, salvo poi cadere nella provocazione sulla propria fuga. Sono frasi che, al di là delle intenzioni, finiscono per alimentare la narrativa di chi vede in questo voto non tanto una razionale modifica dell’ordinamento, quanto un regolamento di conti tra politica e giustizia. E mentre il governo vara task force della Guardia di Finanza per monitorare le speculazioni sui carburanti e valuta l’introduzione di accise mobili per calmierare i prezzi, il destino della riforma costituzionale resta appeso a un filo, quello dell’attenzione e della partecipazione di un elettorato distratto da ben altre emergenze.

Description: Analisi della campagna per il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo, tra le proposte di riforma di Meloni e Nordio, le polemiche per le dichiarazioni della capo di gabinetto Bartolozzi e il contesto di crisi energetica.

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