La premier Meloni scende in campo per il referendum, bufera sulle parole della capo di gabinetto Nordio: “La magistratura? Un plotone d’esecuzione, con il sì ce la togliamo di mezzo”
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Redazione Interno
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A due settimane esatte dal voto che chiamerà gli italiani alle urne il 22 e 23 marzo per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto gli indugi e ha deciso di metterci la faccia in modo diretto, pubblicando sui propri canali social un videomessaggio della durata di circa tredici minuti. Un intervento, questo, che si discosta dalle consuete dichiarazioni di circostanza per assumere i contorni di una vera e propria arringa, studiata nei minimi dettagli dal suo team di comunicazione e girata con alle spalle lo skyline di Roma, nel tentativo di fare chiarezza – come ha tenuto a sottolineare la stessa premier – in un dibattito che definire confuso appare persino riduttivo, tant’è che le sue parole mirano a contrastare quelle che lei stessa ha definito “bufale e banalizzazioni” diffuse dalle opposizioni.
Il fulcro del suo ragionamento, snocciolato con tono pacato ma risoluto, si concentra sulla necessità di liberare la magistratura dalle incrostazioni delle correnti politicizzate, le stesse che, a suo dire, avrebbero da sempre condizionato l’operato dei giudici, impedendo di fatto quella modernizzazione del Paese che invece, con la separazione delle carriere tra chi indaga e chi giudica, potrebbe finalmente compiersi. Nel suo intervento, la presidente del Consiglio ha voluto precisare che l’obiettivo non è affatto quello di punire i magistrati, bensì quello di restituire loro autorevolezza, creando un sistema nel quale possano operare senza dover rispondere a logiche di corrente, e per farlo ha portato ad esempio le parole di un magistrato contrario alla riforma, il presidente del tribunale di Brescia, il quale avrebbe ammesso che, nell’attuale sistema, un membro del Csm eletto deve poi rendere conto al proprio gruppo per le scelte compiute.
La controffensiva di Palazzo Chigi e la replica a chi chiedeva la testa dell’esecutivo
Non è certo un mistero che, nelle ultime settimane, l’attenzione del governo fosse in parte calamitata da altre emergenze, ma con l’avvicinarsi della data del voto la premier ha evidentemente valutato che fosse giunto il momento di riappropriarsi del pallino della campagna referendaria, soprattutto dopo che alcuni sondaggi, che in periodo di silenzio elettorale non possono essere divulgati, avrebbero iniziato a mostrare una forbice più stretta del previsto. Meloni ha voluto fugare ogni dubbio circa le possibili ripercussioni politiche del voto, smontando quella che ha definito una “trappola” messa in piedi dalla sinistra, ovvero la narrazione secondo cui una vittoria del No avrebbe comportato l’azzeramento dell’esecutivo e il ricorso a nuove elezioni. Il messaggio è chiaro e tranchant: il governo non si dimetterà, perché questa consultazione riguarda un merito e non la fiducia all’esecutivo, e chi vorrà mandare a casa questa maggioranza dovrà aspettare la scadenza naturale della legislatura. Un passaggio, questo, che ha il sapore di una risposta indiretta a chi, come il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, aveva letto nell’impegno della presidente del Consiglio una “fortissima politicizzazione” della consultazione, quasi fosse un segnale di nervosismo per un testa a testa che si fa sempre più incandescente.
La bufera innescata da Giusi Bartolozzi e quel “plotone d’esecuzione” da spazzare via
Proprio mentre la presidente del Consiglio cercava di mantenere la discussione su un binario il più possibile istituzionale, puntando a spiegare i contenuti tecnici della riforma – dal sorteggio dei membri togati del Csm all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare –, a scompaginare le carte è arrivata una bufera mediatica innescata dalle parole di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ospite della trasmissione “Il Punto” sull’emittente siciliana Telecolor, la Bartolozzi, nel corso di un acceso confronto con la senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi, ha rilasciato dichiarazioni destinate a far discutere, finendo per monopolizzare il dibattito politico dell’intera giornata. Nel tentativo di spiegare la necessità del voto favorevole alla riforma, la dottoressa Bartolozzi – che tra l’altro risulta indagata nell’ambito della vicenda Almasri per false comunicazioni ai pm – ha esordito parlando dell’impatto devastante del processo penale sulla vita delle persone, per poi lasciarsi andare a un’invettiva che suona come un vero e proprio proclama: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”.
Una frase, quella pronunciata dall’alto funzionario di via Arenula, che ha immediatamente fatto il giro dei social network e delle agenzie di stampa, costringendo i leader dell’opposizione a chiedere a gran voce un passo indietro immediato. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, rispettivamente leader e portavoce di Avs, sono stati tra i più duri nel condannare l’uscita, sostenendo che la Bartolozzi non dovrebbe rimanere al suo posto neppure un minuto di più e che, qualora non rassegnasse le dimissioni, sarebbe compito del ministro Nordio rimuoverla seduta stante. La stessa senatrice Cucchi, presente in studio, ha riportato anche un altro passaggio dell’intervento della capo di gabinetto, quello in cui, parlando di un’eventuale sconfitta del fronte del Sì, la Bartolozzi avrebbe dichiarato: “Io ho un’inchiesta in corso, scapperò da questo Paese”. Dichiarazioni, queste, che hanno spinto il Partito Democratico, per bocca di Chiara Braga e Simona Bonafè, a parlare di parole inaccettabili e a sottolineare come in tredici secondi la Bartolozzi abbia di fatto azzerato i tredici minuti di spiegazioni della presidente del Consiglio.
La reazione del ministro Nordio e il tentativo di spegnere l’incendio a Palazzo Chigi
La bufera politica ha immediatamente varcato i cancelli di Palazzo Chigi, dove, a quanto si apprende da fonti parlamentari, la presidente Meloni non avrebbe affatto gradito l’uscita della sua stretta collaboratrice, proprio nel giorno in cui lei stessa stava cercando di impostare una campagna referendaria improntata alla sostanza e alla moderazione dei toni. Un nervosismo, quello della premier, che sarebbe stato palese e che l’avrebbe spinta a sollecitare un abbassamento dei toni a tutti i suoi collaboratori, e in particolare al ministro Nordio, con cui avrebbe avuto un confronto diretto. Il Guardasigilli, interpellato sulla questione a margine di un evento elettorale a Torino, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, esprimendo rammarico per le parole utilizzate dal suo capo di gabinetto e precisando che, sebbene pronunciate nel contesto di un dibattito televisivo acceso, quell’espressione è apparsa un attacco all’intera magistratura. Cosa che, ha tenuto a ribadire, non corrisponde affatto allo spirito della riforma. Nordio ha quindi spiegato che la Bartolozzi – che tra l’altro proviene dalle fila della magistratura – chiarirà il suo pensiero e si scuserà, perché le sue parole non rispecchiano la stima che nutre per la categoria. Un chiarimento che, nelle intenzioni del ministro, dovrebbe servire a ricondurre la discussione all’interno di un alveo più istituzionale, anche se nel frattempo l’Associazione Nazionale Magistrati, pur richiamandosi all’appello del presidente Mattarella per l’abbassamento dei toni, ha parlato di un livello di scontro ormai inaccettabile.




