Referendum, Nordio: dibattito alterato da fake news e politicizzato. Ma Bartolozzi si scuserà?
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Redazione Interno
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Il clima che circonda la consultazione popolare sulla giustizia, quella che porterà gli italiani alle urne il 22 e 23 marzo, appare sempre più incandescente e, a detta del ministro Carlo Nordio, pesantemente condizionato da fattori esterni che nulla hanno a che fare con il merito delle riforme in discussione. Intervenendo a un evento organizzato da Noi Moderati, il Guardasigilli ha voluto puntare il dito contro quella che ha definito una “politicizzazione che avremmo voluto evitare”, la quale, unita a un profluvio di notizie false, starebbe alterando la percezione stessa di ciò su cui si andrà a votare. Il ministro ha poi ribadito il concetto cardine della separazione delle carriere, spiegando come l’obiettivo sia quello di fare in modo che giudici e pubblici ministeri non possano più appartenere alla stessa “famiglia” professionale, una metafora, la sua, per descrivere la distinzione dei percorsi.
E mentre il Guardasigilli tentava di ricondurre il dibattito sui binari della sostanza, un’altra vicenda rischiava di far deragliare la comunicazione dell’esecutivo, accentrando su di sé i riflettori. Le dichiarazioni della sua capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, rilasciate durante una trasmissione dell’emittente siciliana TeleColor, hanno scatenato un putiferio politico proprio nelle ore in cui la premier Giorgia Meloni cercava di lanciare un appello accorato e razionale per il voto favorevole alla riforma. La Bartolozzi, parlando di un’inchiesta che la coinvolge in prima persona, aveva evocato scenari drammatici, parlando di “plotoni di esecuzione” in riferimento alla magistratura e ipotizzando persino di dover “scappare da questo Paese” in caso di vittoria del fronte del No, un’uscita che ha immediatamente catalizzato l’attenzione e le critiche.
Lo sforzo della premier e l’“uscita infelice” della collaboratrice
Giorgia Meloni aveva rotto gli indugi con un video di oltre tredici minuti, nel quale cercava di smarcarsi dalle polemiche e rispondere punto su punto a quelle che il governo considera “bufale” e semplificazioni della campagna avversaria, spiegando che la riforma serve a restituire autorevolezza a una magistratura che, a suo dire, l’ha persa. L’intento era quello di tenere alta l’attenzione sul merito del quesito referendario, ma l’effetto è stato spiazzato dalle parole della Bartolozzi, che hanno immediatamente riportato il confronto su un piano ben più aspro. A Palazzo Chigi, dove si sperava di poter gestire la comunicazione in modo più lineare, l’irritazione per quanto accaduto è stata palpabile: quell’intervento è stato giudicato come un’uscita infelice, tale da far perdere giorni preziosi in una campagna che necessita di chiarezza e non di ulteriori scintille. La stessa capo di gabinetto ha poi tentato di ridimensionare la portata delle sue affermazioni, chiarendo in una nota all’Ansa di essersi riferita esclusivamente alla “drammaticità degli effetti” che le inchieste giudiziarie possono avere sulle persone e a una “piccola parte” di magistrati politicizzati, ribadendo la stima per la stragrande maggioranza della categoria, di cui lei stessa fa parte.
La posizione di Nordio e la gestione interna del caso
Carlo Nordio, interpellato sulla vicenda, non ha potuto esimersi dal commentare le parole della sua stretta collaboratrice. Pur tentando di spegnere l’incendio, ha espresso rammarico per un’espressione che, seppur pronunciata nel corso di un vivace dibattito televisivo, è apparsa come un attacco generalizzato all’intera magistratura. Il ministro ha comunque blindato la Bartolozzi, escludendo la possibilità di dimissioni e assicurando che la vicenda si sarebbe chiusa con delle scuse formali da parte sua, gestendo quindi la questione internamente al ministero. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, intervenendo a Rai Radio1, ha parlato di “frase infelice”, cercando di ricondurre il dibattito al nucleo centrale della riforma, ma confermando indirettamente il disagio dell’esecutivo per quanto accaduto. La sensazione, nell’entourage governativo, è che la campagna referendaria stia subendo una pericolosa torsione, allontanandosi dai contenuti tecnici della separazione delle carriere e del doppio Csm per finire nel vortice della polemica politica quotidiana.




