Le ragioni economiche dietro il conflitto e le crepe nel potere di Putin

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sebbene le narrative geopolitiche dominino spesso il discorso pubblico, è fondamentale investigare, come fa un recente libro, le ragioni puramente economiche che hanno spinto il governo russo verso un conflitto aperto con l’Ucraina, motivazioni che non sono affatto secondarie ma anzi costituiscono un pilastro portante della strategia del Cremlino. Un’analisi che parte da lontano, dal 1990, quando, con la fine della Guerra Fredda, il Pil pro capite della Russia – aggiornato ai valori attuali secondo i dati della Banca Mondiale – si attestava su 8.028 dollari, una cifra che racconta di un’epoca di transizione e di ambizioni economiche in parte disattese. La scelta di intraprendere un’azione bellica, quindi, non può essere scissa dalla volontà di riconfigurare gli assetti energetici e commerciali nell’area di sua influenza diretta, un disegno i cui esiti, però, stanno producendo effetti profondi e imprevisti all’interno dello stesso sistema di potere putiniano.

Le crepe nell'autocrazia e il caso di Vladivostok

Proprio questi effetti iniziano a manifestarsi in modi inaspettati, come dimostra l’episodio accaduto a Vladivostok, nell’estremo oriente russo, dove è accaduto qualcosa che contraddice i cliché consolidati di un regime autocratico. Non solo una manifestazione di protesta contro una decisione governativa, nello specifico una tassa sulle auto di seconda mano, è stata autorizzata, ma ai dimostranti si sono uniti persino politici locali, in un’insolita sfida, seppur circoscritta, all’autorità di Mosca. Quell’evento, il primo dal periodo pandemico a cui veniva concesso il permesso di scendere in piazza, segnala una potenziale corrosione del consenso, un malessere che la guerra, con il suo carico di sacrifici e di riallocazione forzata delle risorse, sta alimentando in settori della popolazione fino a ora considerati periferici.

Il costo umano e militare di un conflitto prolungato

A rendere ancor più complesso il quadro per il Cremlino è il prezzo altissimo, in termini di uomini e materiali, che il conflitto sta imponendo. Secondo un’approfondita analisi, la Russia avrebbe perso un numero spropositato di soldati in un arco di tempo relativamente breve, un dato che delinea una guerra di logoramento i cui progressi territoriali appaiono esigui se paragonati alle risorse impiegate. La vittoria in senso classico, come l’occupazione totale del paese vicino, sembra trasformarsi in una chimera irraggiungibile, al punto da far stimare che per un esito del genere sarebbero necessari tempi biblici, una prospettiva che grava come un macigno sulla capacità di sostenere lo sforzo bellico a lungo termine.

La nuova fase e l'appello di Trump

Con l’avvicinarsi del quarto anniversario dall’inizio dell’invasione su larga scala, la Russia odierna si presenta come un paese profondamente mutato rispetto a quel febbraio del 2022, quando le sue colonne corazzate marciavano verso Kiev nell’illusione di una rapida affermazione. Ora il conflitto si è trasformato in un rebus irrisolto, un pantano che assorbe energie e sta mettendo a nudo le vulnerabilità di un sistema politico ed economico costruito attorno a un potere verticale. In questo contesto, l’appello del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a fermare le ostilità, invitando le parti a cessare il fuoco là dove si trovano, sembra riflettere una percezione condivisa dello stallo, un riconoscimento della necessità di una via d’uscita da una situazione che sta logorando tutti gli attori in campo, senza esclusione alcuna.

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