L’economia di guerra russa mostra le prime, significative crepe dopo quattro anni di conflitto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   All’indomani dell’invasione dell’Ucraina, avviata il 24 febbraio del 2022, molti analisti economici avevano previsto per la Russia un tracollo finanziario immediato, un’ipotesi che, come oggi possiamo constatare, non si è realizzata grazie a un massiccio intervento statale e alla riconversione dell’apparato produttivo in chiave militare. Quel modello di sviluppo, se così possiamo definirlo, fondato su un debito pubblico contenuto e su riserve accumulate in anni di esportazioni energetiche a prezzi favorevoli, sta tuttavia mostrando segni di usura sempre più evidenti, complice anche il perdurare di un conflitto che il Cremlino immaginava risolvibile in pochi giorni. Il quadro che emerge dagli ultimi dati macroeconomici, incrociato con le analisi di istituti indipendenti e le stesse dichiarazioni del ministero delle Finanze, dipinge una realtà complessa, dove la crescita del Prodotto interno lordo, pur mantenendosi positiva, rallenta bruscamente, mentre il deficit statale raggiunge livelli record e le entrate derivanti da idrocarburi, storica linfa vitale del bilancio federale, subiscono una flessione drammatica -2-9.

Un deficit triplicato e la frenata del Pil dopo il boom bellico

Il bilancio consuntivo per l’anno 2025, recentemente pubblicato dalle autorità di Mosca, certifica un deficit di 5.645 miliardi di rubli, una cifra che, convertita in dollari, si attesta intorno ai 72 miliardi e che in percentuale del Prodotto interno lordo rappresenta il 2,6%, ben oltre le previsioni iniziali che parlavano di uno 0,5% -2-9. Se è pur vero che le spese straordinarie per il comparto bellico e per la sicurezza assorbono ormai quasi il 40% dell'intera spesa pubblica, e che per finanziare questa mole di impegni il governo ha dovuto attingere a piene mani dal Fondo nazionale di previdenza, riducendone drasticamente la liquidità, è altrettanto evidente che la macchina economica comincia a perdere colpi -1-10. Il tasso di crescita del Pil, che nel 2023 e nel 2024 aveva sorpreso gli osservatori toccando punte superiori al 4%, si è infatti contratto in maniera significativa nel corso del 2025, attestandosi su una crescita annua che il presidente Vladimir Putin ha recentemente quantificato intorno all'1%, un dato che, seppur positivo, rappresenta un netto ridimensionamento rispetto al biennio precedente -6. Questa frenata, spiegano gli economisti, è il risultato di una combinazione letale tra un'inflazione che, seppur in calo rispetto ai picchi del 2024, rimane ostinatamente sopra il target del 4%, e una politica di tassi d'interesse elevatissimi, voluti dalla Banca centrale per raffreddare appunto l'aumento dei prezzi ma che, di fatto, stanno strozzando il credito alle imprese e frenando i consumi delle famiglie -1-5.

Il crollo degli introiti energetici e la stangata fiscale per i cittadini

Parallelamente al rallentamento della crescita, il dato più allarmante per le casse dello Stato riguarda il vistoso calo delle entrate energetiche. Nel 2025, i proventi derivanti dalla vendita di petrolio e gas sono diminuiti del 23,8% rispetto all'anno precedente, un tonfo che è solo in parte attribuibile alla riduzione dei volumi esportati, ma che riflette piuttosto il drastico calo del prezzo del greggio Urals, sceso a una media di 57 dollari al barile, e l'ampliamento dello sconto rispetto ai benchmark internazionali a causa delle crescenti difficoltà nel collocare il greggio sui mercati asiatici -1-2. Per compensare questo buco di bilancio, il governo ha dovuto aumentare la pressione fiscale su cittadini e imprese, varando un incremento dell'aliquota dell'Iva dal 20 al 22%, una misura che colpirà la generalità dei beni di consumo e che contraddice le promesse di stabilità fiscale fatte in passato dallo stesso Cremlino -6-10. A essere in difficoltà, d'altronde, non è solo il bilancio pubblico: i dati di Rosstat, l'agenzia statistica russa, indicano che nel primo semestre del 2025 la percentuale di imprese in perdita ha raggiunto il 30,4%, il livello più alto dall'anno della pandemia, con settori chiave come l'estrazione del carbone, la produzione di materiali da costruzione e il trasporto merci in forte sofferenza a causa degli alti tassi e della domanda interna in calo -1-8.

La riconversione bellica e il dualismo industriale come zavorra

Se si osserva il dettaglio della produzione industriale, emerge con chiarezza un'economia spaccata in due, quella bellica, iperfinanziata e in crescita, e quella civile, lasciata ai margini. Mentre la fabbricazione di mezzi di trasporto legati alla difesa, come alcuni comparti dell'aviazione, ha registrato aumenti produttivi a due cifre, settori come l'automotive o la produzione di vetture ferroviarie hanno subito crolli verticali, con cali che in alcuni casi superano il 60% su base annua -1. Questa distorsione, che ha trasformato la Federazione Russa in un'economia di guerra a tutti gli effetti, sta minando le basi stesse per una futura ripresa sostenibile, poiché le risorse finanziarie e umane, queste ultime rese ancor più scarse dalla mobilitazione e dall'emigrazione di massa, vengono concentrate in comparti a bassa ricaduta sul benessere diffuso -1-6. Il risultato è che, a fronte di una disoccupazione ufficialmente ai minimi storici, il potere d'acquisto dei salari reali si contrae e gli investimenti fissi, al netto del comparto militare, mostrano una dinamica nulla, segnale che gli operatori economici, in un contesto di tassi proibitivi e di domanda incerta, preferiscono sospendere qualsiasi piano di sviluppo a medio termine -6-8.

Keywords

Russia, economia russa, crisi economica, PIL, deficit, tasse, Vladimir Putin, Ucraina, guerra, sanzioni, bilancio, inflazione, tassi d'interesse, energia, petrolio, gas, spesa militare.

Description

Analisi della crisi economica russa a quattro anni dall'invasione dell'Ucraina: deficit record al 2,6% del PIL, calo delle entrate energetiche e rallentamento della crescita.

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