La pace chiede un atto di fede mentre il fronte ucraino mostra le prime crepe

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La promessa di un nuovo round di trattative ad Abu Dhabi, frutto della mediazione emiratina e statunitense e annunciata al termine dell’incontro tra Vladimir Putin e lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, tiene in vita, seppur fioca, la fiamma di un dialogo che non si è mai realmente spento. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha evitato di scendere nel dettaglio riguardo alla proposta, avanzata a Zelensky, di un incontro a Mosca, il primo faccia a faccia dopo quattro anni di conflitto. Una proposta che, nella sua semplicità, nasconde la complessità di una sfiducia ormai stratificata, visto che a quelle parole non hanno fatto seguito segnali concreti di distensione militare sul campo.

La strategia del doppio binario

Quello che viene chiesto all’Ucraina, in sostanza, è un atto di fede straordinario, considerando come la strategia russa abbia spesso fatto coesistere i tavoli negoziali con una pressione bellica costante, quando non con azioni di una violenza indiscriminata contro i centri urbani. Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha recentemente sostenuto di aver ottenuto da un Putin «molto gentile» una sospensione degli attacchi per una settimana a causa del «freddo record», una dichiarazione che getta un’ombra di provisionalità su qualsiasi tregua e che lascia intendere quanto la situazione militare rimanga il vero termometro delle intenzioni.

La diga logorata dall’assedio

Proprio sul piano militare, dopo quattro anni di logoramento, la cosiddetta “diga” difensiva ucraina inizia a mostrare segni di cedimento in più punti, costretta com’è a coprire un fronte esteso per oltre milleduecento chilometri. La carenza cronica di uomini rende estremamente difficile opporsi efficacemente a ogni mossa offensiva della Russia, la quale, dopo aver concentrato i propri sforzi per il controllo totale del Donetsk, sta ora premendo con rinnovata intensità nelle regioni di Zaporizhzhia e Dnipropetrovsk. La necessità di presidiare un perimetro così ampio, unita alla scarsità di risorse, rischia di aprire varchi che potrebbero rivelarsi decisivi.

Il peso insostenibile della difesa

L’ultimo anno ha visto Kiev concentrare gran parte delle sue energie residue nella difesa delle “fortezze” orientali, una scelta obbligata ma che ha inevitabilmente indebolito altri settori del lunghissimo fronte. La pressione russa, applicata in modo metodico e su linee multiple, sfrutta proprio questa vulnerabilità, allungando le linee ucraine e testandone continuamente la tenuta. In questo contesto, ogni trattativa, per quanto discussa in luoghi distanti e lussuosi come Abu Dhabi, non può prescindere dalla realtà dei combattimenti, dove la stanchezza delle truppe e la penuria di mezzi scrivono, giorno dopo giorno, un capitolo cruciale per le sorti del conflitto.

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