L’economia di guerra russa mostra crepe profonde tra petrolio invenduto e cetrioli «d’oro»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una immagine, in queste ore, che vale più di tante analisi geopolittiche: decine di petroliere cariche di greggio russo che galleggiano in mare aperto senza una meta, trasformate in galleggianti depositi di un tesoro che nessuno vuole più acquistare -1-4. Almeno 150 milioni di barili, secondo le ricostruzioni del Moscow Times riprese dalla stampa internazionale, stanno letteralmente affogando negli oceani, un volume pari a circa due settimane di produzione nazionale, mentre i depositi a terra – con una capacità di soli 32 milioni di barili, l’equivalente di tre o quattro giorni di estrazione – sarebbero già saturi per metà -1. Il nodo, per il Cremlino, diventa quindi logistico prima ancora che finanziario: o si taglia la produzione, con tutto il costo sociale e industriale che ne deriverebbe, oppure si comincia a sigillare i pozzi, un’operazione tecnicamente complessa e costosa che di fatto certificherebbe l’esclusione della Russia dal mercato energetico globale. Le sanzioni volute dall’amministrazione Trump, tornato alla Casa Bianca, insieme al nuovo pacchetto di restrizioni europee che mira a colpire la cosiddetta “flotta ombra”, stanno producendo un effetto inedito: i grandi acquirenti, India in testa, hanno ridotto drasticamente le importazioni, passate dai 3,8 milioni di barili di dicembre ai 2,8 milioni di febbraio, approfittando anche degli sconti che i trader russi sono costretti a offrire, con un differenziale rispetto al Brent che ha toccato i 27 dollari al barile -1-4.

Il sistema bancario sull’orlo di una crisi sistemica

Il disagio, però, non si ferma ai confini del settore energetico, ma si insinua nel sistema nervoso dell’economia civile, quello del credito e del costo del denaro. Le banche russe, piegate da un combinato disposto di tassi di interesse ancora proibitivi – nonostante la Banca centrale abbia recentemente avviato un cautissimo allentamento, portando il tasso di riferimento al 15,5% dopo aver toccato picchi del 21% – e da una mole di crediti concessi all’industria bellica che rischiano di diventare inesigibili, mostrano segni di cedimento strutturale -3-8. A gennaio il deficit di bilancio ha già superato di un terzo le previsioni annuali, e secondo fonti riservate citate dalla Reuters potrebbe addirittura raddoppiare entro la fine dell’anno -1. La governatrice della Banca centrale, Elvira Nabiullina, ha dovuto rivedere al ribasso le stime sul prezzo del barile, passando da una previsione di 55 dollari a una di 45, un dato che stride con i 60 dollari necessari per pareggiare i conti dello Stato, e che costringe a ripensare l’intera architettura della spesa pubblica -1.

L’emblema del carovita: il prezzo dei cetrioli raddoppiato

Mentre il governo affronta l’emergenza delle entrate, all’interno dei confini nazionali la tensione sociale sale attraverso un termometro insolito ma efficace: il costo dei cetrioli. L’ortaggio, base della dieta russa e bene di largo consumo, ha visto il suo prezzo più che raddoppiare rispetto all’anno precedente, toccando una media di 300-400 rubli al chilo, l’equivalente di circa quattro o cinque euro, con punte che in alcune regioni siberiane hanno spinto i negozi a limitare la vendita a cinque chili a persona per evitare speculazioni -1-3-6. La dinamica inflattiva, alimentata dall’aumento dell’Iva dal 20 al 22 per cento entrato in vigore a gennaio, dal caro-energia e dai maggiori costi logistici dovuti a un inverno tra i più rigidi degli ultimi trent’anni, ha reso l’ortaggio un simbolo involontario del peggioramento delle condizioni di vita -3-6. Persino i funzionari del partito di governo, di solito cauti, sono stati costretti a intervenire pubblicamente per placare gli animi dopo che i post sui social network, ironizzando sui “cetrioli d’oro” e sulla necessità di coltivarli in casa, hanno innescato reazioni stizzite nella popolazione -6-9.

Ventuno settori in recessione e il ritorno al 1991

Sotto la superficie di un’apparente normalità, i numeri raccontano una contrazione che non si vedeva dai tempi del dissesto finanziario del 1991. Il rapporto del ministero dello Sviluppo economico parla chiaro: ventuno settori industriali su ventisette sono ufficialmente in recessione -1. Le ferrovie russe RZhD, azienda simbolo delle infrastrutture nazionali, hanno messo in vendita edifici storici e grattacieli a Mosca per tamponare un buco di bilancio che l’economista Sergey Aleksashenko non esita a definire “bancarotta” -1. E mentre il Cremlino cerca di tamponare con l’ennesima stretta fiscale, le famiglie russe spendono ora il 39 per cento del proprio reddito per l’alimentazione, il livello più alto dalla crisi del 2008, in un contesto in cui l’inflazione reale, secondo alcuni studi universitari britannici, sarebbe quasi doppia rispetto a quella ufficiale, erodendo di fatto il potere d’acquisto di pensionati e lavoratori dei settori non legati alla macchina bellica -1-9.

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