Il paradosso dei cetrioli e il petrolio che affoga: l’economia russa si inceppa
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Redazione Esteri
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C’è un ortaggio, umile e onnipresente sulla tavola russa, che oggi racconta meglio di qualsiasi rapporto del Fondo monetario internazionale lo stato di salute dell’economia del Cremlino. Il cetriolo, la cui varietà di prezzo è sempre stata considerata quasi un termometro sociale, ha visto il suo costo raddoppiare nell’arco di pochi mesi, superando in alcuni negozi siberiani la soglia psicologica dei 400-500 rubli al chilo, l’equivalente di circa cinque euro -3-6. Una cifra che, per un bene considerato di prima necessità e tradizionalmente alla portata di tutte le tasche, rappresenta un’anomalia difficilmente ignorabile dalle famiglie, costrette ora a destinare alle spese alimentari una fetta del proprio reddito che non si vedeva dai tempi della crisi del 2008, arrivando a toccare una media del 39 per cento -3.
Dietro l’impennata del prezzo di questo alimento, che a gennaio ha fatto registrare un +34 per cento secondo i dati ufficiali di Rosstat, non c’è però solo la consueta stagionalità invernale, quest’anno aggravata da uno degli inverni più rigidi degli ultimi trent’anni -1. A pesare sulla filiera, dalla serra allo scaffale, è stata piuttosto la morsa di un nuovo giro di vite fiscale voluto dal governo per rimpinguare le casse dello Stato. Dal primo gennaio, l’aliquota ordinaria dell’Iva è stata portata dal 20 al 22 per cento, e sebbene il governo abbia garantito l’aliquota ridotta per i beni socialmente rilevanti, l’aumento dei costi di produzione — dall’elettricità ai ricambi, passando per la logistica e i salari — ha finito per moltiplicarsi a valle, scaricandosi interamente sul prezzo finale -1-4.
La protesta silenziosa degli imprenditori e la stretta sul fisco
Non sono però solo i consumatori a subire la pressione di questa nuova architettura fiscale. Il caso di Denis Maksimov, il panificatore della regione di Mosca che durante la “Linea diretta” con Vladimir Putin ha osato lamentarsi pubblicamente dell’imminente aumento delle tasse, è diventato il simbolo di un malessere che serpeggia tra le piccole e medie imprese. Il governo, pur avendo tentato di ammorbidire l’impatto con una riduzione graduale delle soglie di esenzione, ha di fatto ridisegnato il regime fiscale per le aziende con ricavi annui compresi tra i 10 e i 250 milioni di rubli, che in molti casi si troveranno a dover corrispondere un’aliquota fino al 5 per cento -9. Una mossa che, secondo le associazioni di categoria, rischia di mettere in ginocchio un imprenditore su dieci, in un contesto in cui il costo del denaro è reso proibitivo da un tasso di interesse di riferimento che la Banca Centrale ha faticosamente ridotto dal 16 al 15,5 per cento solo a metà febbraio, dopo aver strozzato per mesi l’economia reale nel tentativo di domare l’inflazione -1.
Idrocarburi in stallo: il greggio invenduto e le petroliere fantasma
Ma è sul fronte delle entrate energetiche che il quadro si fa più fosco per le finanze del Cremlino. Il Moscow Times ha titolato senza mezzi termini che “la Russia sta affogando nel suo petrolio”, e i numeri diffusi da fonti del settore sembrano dargli ragione: almeno 150 milioni di barili di greggio russo si trovano attualmente in alto mare, stipati nelle stive di petroliere che non riescono a trovare un approdo per scaricare il loro carico -3. Un ingorgo senza precedenti, reso possibile dalla capacità di stoccaggio interna ormai satura — i depositi in territorio russo possono contenere solo l’equivalente di tre o quattro giorni di produzione nazionale — e aggravato dalla difficoltà di piazzare il prodotto sui mercati internazionali. Le entrate statali derivanti da petrolio e gas hanno subito un tracollo verticale: a gennaio 2026, i proventi sono crollati a 393 miliardi di rubli (poco più di 5 miliardi di dollari), con un calo del 65 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, toccando il livello più basso dall’estate del 2020 -1-7.
La ragione principale di questo crollo risiede nella combinazione letale tra le sanzioni occidentali e il cambiamento degli equilibri geopolitici. L’amministrazione Trump, tornata alla guida degli Stati Uniti, ha intensificato la pressione sulla cosiddetta “flotta ombra” — quelle centinaia di petroliere vecchie e con bandiere di comodo che Mosca utilizzava per aggirare l’embargo — arrivando a sequestrare navi in acque internazionali, come accaduto alla Marinera nell’Atlantico settentrionale -8. Parallelamente, l’India, divenuta dopo lo scoppio della guerra il principale acquirente del greggio russo, ha iniziato a ridurre drasticamente gli acquisti, scendendo da 3,8 milioni di barili al giorno di dicembre a 2,8 milioni a febbraio, complice la pressione diretta di Washington e la convenienza offerta dagli sconti praticati da altri produttori -3-8. I trader russi, per piazzare le proprie partite, sono così costretti a offrire sconti sempre più pesanti, che in alcuni casi hanno superato i 30 dollari al barile, erodendo ulteriormente i margini di guadagno -3.
Un’economia di guerra dal motore surriscaldato
Il modello di crescita forzata basato sulla produzione bellica, che nei primi due anni del conflitto aveva fatto registrare numeri positivi, mostra oggi tutti i suoi limiti. Il Prodotto interno lordo, pur mantenendo un segno più, sta rallentando ben al di sotto delle aspettative, con le stime del Fondo monetario internazionale per il 2026 ferme a uno striminzito 0,8 per cento -1-5. Ventuno settori industriali su ventisette, secondo un rapporto del ministero dello Sviluppo Economico, sono già in recessione, e il ministro Maksim Reshetnikov è stato costretto a ipotizzare una ripresa non prima del 2027 -3. La Banca Centrale, dal canto suo, ha rivisto al ribasso le previsioni sul prezzo del barile di petrolio russo, portandolo a 45 dollari, ben lontano dai 60 necessari per pareggiare un bilancio pubblico che, a gennaio, ha già fatto segnare un deficit di un terzo superiore alle attese -3.
Mentre l’esecutivo cerca di tamponare la falla ricorrendo alle riserve del Fondo nazionale di benessere, che alcuni analisti prevedono possano esaurirsi entro l’anno, la vita quotidiana dei russi si fa sempre più difficile -3. I bilanci familiari sono compressi tra l’aumento dei prezzi degli alimentari di base, la difficoltà di accedere al credito e la consapevolezza, sempre più diffusa, che il benessere sacrificato sull’altare dello sforzo bellico difficilmente tornerà presto. I cetrioli, in questo scenario, sono solo la punta dell’iceberg.




