La macchina da guerra russa si inceppa: deficit record e PIL in frenata dopo quattro anni di conflitto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quadro economico della Federazione Russa, a quasi quattro anni dall’inizio dell'invasione dell'Ucraina, si presenta con luci e ombre che convivono in un equilibrio sempre più precario. Da un lato, la narrativa ufficiale del Cremlino, ribadita recentemente dal primo ministro Mikhail Mishustin alla Duma, tratteggia un paese trasformatosi in un volano di sviluppo, capace di aggirare le sanzioni e di crescere grazie alla spinta industriale legata alla produzione bellica; dall’altro, i dati macroeconomici diffusi da fonti indipendenti e gli stessi numeri del ministero delle Finanze raccontano una storia fatta di sacrifici imposti alla popolazione e di uno sforzo finanziario che inizia a mostrare i primi segni di cedimento strutturale -9. Il bilancio federale per il 2025, infatti, ha chiuso con un passivo di 5.645 trilioni di rubli, l'equivalente di circa 72 miliardi di dollari, una cifra che si attesta attorno al 2,6 per cento del Prodotto Interno Lordo e che supera di gran lunga le previsioni iniziali del governo, le quali indicavano un disavanzo dello 0,5 per cento -2-8.

Il rallentamento del PIL e il costo della conversione bellica

Dopo due anni di crescita sostenuta, trainata quasi esclusivamente dalle commesse statali per la difesa, il motore dell'economia russa ha cominciato a perdere colpi in modo significativo nel corso del 2025. Se nel 2023 e nel 2024 il PIL era balzato oltre il 4 per cento, numeri che non si registravano da un decennio, l'anno appena concluso ha visto una frenata progressiva: si è passati da un incremento dell'1,4 per cento nel primo trimestre a un misero 0,6 per cento nel terzo, con gli ultimi tre mesi dell'anno che potrebbero persino registrare una lieve contrazione -1-6. Questo raffreddamento, che porta la crescita media annua stimata intorno all'1 per cento, non è il segnale di un collasso imminente, ma rappresenta piuttosto il ritorno a un potenziale di crescita più basso dopo la bolla speculativa e produttiva generata dalle spese militari -3. Il problema principale, però, risiede nella natura di questa crescita: il settore industriale appare ormai spaccato in due, con una parte legata alla difesa in surriscaldamento e una parte civile, quella che produce beni per il mercato interno o materiali da costruzione, in stagnazione se non in declino -1. La produzione di automobili, per esempio, ha subito un crollo verticale, e persino settori come quello della costruzione di vagoni ferroviari sono in forte sofferenza a causa del taglio degli investimenti programmati da aziende pubbliche come le Ferrovie Russe, indebitate per migliaia di miliardi di rubli -1.

La morsa del fisco e il peso dell'inflazione

Per far fronte a questa voragine di bilancio e continuare a finanziare quella che a tutti gli effetti è diventata un'economia di guerra di lungo periodo, il governo di Vladimir Putin ha dovuto varare misure impopolari che gravano principalmente sulle fasce medio-basse della popolazione. A partire da gennaio 2026, l'aliquota dell'Imposta sul Valore Aggiunto è stata aumentata dal 20 al 22 per cento, una mossa che segue di pochi anni la precedente stretta fiscale del 2019 e che contraddice le promesse elettorali di stabilità fiscale -4-10. Per quanto il Cremlino abbia tentato di attenuare l'impatto mantenendo l'aliquota ridotta al 10 per cento su beni di prima necessità come farmaci e generi alimentari di base, l'aumento generalizzato si tradurrà in un rincaro su elettronica, abbigliamento e servizi, alimentando ulteriormente un'inflazione che la Banca Centrale fatica a domare -4. La governatrice Elvira Nabiullina si trova così in una morsa: da un lato dovrebbe alzare i tassi per raffreddare l'inflazione, che a fine 2025 viaggiava attorno al 6 per cento, dall'altro un costo del denaro elevato soffoca gli investimenti nel settore civile e aumenta gli oneri per il servizio del debito pubblico, che assorbono ormai una fetta consistente delle entrate fiscali -1-9. Il risultato è che circa la metà della spesa federale per il 2026 sarà destinata a difesa, sicurezza e pagamento degli interessi sul debito, lasciando briciole a istruzione, sanità e infrastrutture -1.

Il crollo delle entrate energetiche e la ricerca di nuove risorse

Il tallone d'Achille di questa architettura finanziaria resta, come prevedibile, l'export di idrocarburi. Le entrate derivanti da petrolio e gas hanno subito un crollo verticale nel 2025, attestandosi a 8,48 trilioni di rubli, con una flessione del 23,8 per cento rispetto all'anno precedente -2. Il motivo non è tanto un calo dei volumi esportati, quanto un drastico ridimensionamento dei prezzi: il greggio russo Urals viene venduto con sconti sempre più pesanti, schiacciato dalle sanzioni occidentali che hanno colpito colossi come Rosneft e Lukoil e da un mercato globale in oversupply, con l'Arabia Saudita e altri produttori che hanno immesso grandi quantità di barili sul mercato facendo crollare le quotazioni -1-5. Per sopperire a questa emorragia, il governo ha iniziato a intaccare le riserve del Fondo Nazionale di Benessere, che si sono quasi dimezzate rispetto al periodo pre-invasione, e ha dovuto aumentare il ricorso al debito interno, emettendo titoli di stato che però vengono acquistati principalmente da banche pubbliche come Sberbank, innescando un circolo vizioso per cui lo stato stampa moneta per finanziarsi, alimentando l'inflazione e vanificando gli sforzi della banca centrale -1-9. Parallelamente, si procede con un nuovo ciclo di privatizzazioni di aziende pubbliche, nella speranza di attrarre capitali da paesi considerati amici come Cina e India, una mossa che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile per il Cremlino -4.

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