Gasperini smentisce gli screzi con Ranieri, ma ammette: “Dei miei scelti arrivò solo Wesley”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La vittoria per 3-0 sul Pisa, firmata dalla tripletta di un ritrovato Malen, avrebbe dovuto rappresentare per la Roma una serata di quieta euforia, utile per agganciare momentaneamente il treno Champions in attesa dei risultati altrui. E invece, come spesso accade in riva al Tevere, la vera partita – quella fatta di dichiarazioni incrociate e di una sottile, ma ormai evidente, tensione interna – si è giocata a spese del fanalino di coda, finito involontariamente sullo sfondo. Perché se il risultato sul campo ha ridato ossigeno alla classifica, il botta e risposta a distanza tra Gian Piero Gasperini e Claudio Ranieri ha confermato, semmai ce ne fosse stato bisogno, che la convivenza tra i due non è mai stata una passeggiata.

A tenere banco, nella conferenza stampa post-partita dell’allenatore giallorosso, non è stato solo l’andamento della corsa verso la qualificazione alla massima competizione europea – obiettivo dichiarato e mai abbandonato – ma soprattutto la replica alle recenti bordate del senior advisor della proprietà. Ranieri, va ricordato, aveva gettato il guanto di sfida nelle ore precedenti, rivelando che Gasperini sarebbe stato soltanto la quarta scelta della dirigenza, dopo i no di tre altri tecnici contattati. Il tecnico, dal canto suo, ha provato a spegnere subito gli animi, definendo il tutto "cose normali delle società" e ribadendo di essere comunque "contento della scelta fatta".

Tuttavia, la parte più interessante del suo intervento è emersa quando ha messo mano alla complessa e controversa strategia di mercato estiva, fornendo una versione dei fatti che solo in parte coincide con quella raccontata dall’advisor. Gasperini ha spiegato, con una franchezza che rasenta la diplomatica analisi del dopo gara, di aver lasciato "libera scelta sui giocatori che non conoscevo", salvo poi specificare un dettaglio non da poco: “Ho indicato due giocatori importanti e ne è arrivato uno”. Un’ammissione pesante, se si considera che l’unico ad arrivare tra i suoi pupilli è stato Wesley, mentre l’altro obiettivo è rimasto letteralmente sulla carta.

Ed è proprio su questo punto, quello della costruzione della rosa, che il confronto tra i due schieramenti (quello tecnico e quello gestionale) si fa più acceso. Se Ranieri aveva rivendicato la paternità condivisa di ogni acquisto (“Non c’è stato un giocatore che è venuto senza la sua approvazione”), Gasperini ha ribaltato la prospettiva spostando l’attenzione sulle carenze strutturali. Il nodo, per l’allenatore, è sempre stato l’attacco. La perdita di Shomurodov e la lunga assenza di Saelemaekers (oltre alle difficoltà legate agli infortuni di Dovbyk) avevano reso il reparto offensivo un’emergenza continua. Eppure, proprio in quella zona del campo, la sua richiesta di innesti mirati non è stata ascoltata come avrebbe voluto, costringendolo spesso a inventare soluzioni alternative.

A proposito di attaccanti, Gasperini ha poi speso parole di elogio per il suo trascinatore Malen, autore di una prestazione maiuscola. Con un’onestà intellettuale rara nel mondo del calcio, ha ammesso che il colpo che lo ha portato a Roma è stato in parte “fortuna”. “Io non faccio scouting – ha precisato – ho qualche soffiata che mi aiuta. Quella di Malen è stata una situazione creatasi in 24 ore, non una mia particolare bravura”. Una dichiarazione, questa, che sembra quasi voler smorzare le polemiche sul presunto strapotere dell’allenatore nella campagna acquisti, restituendo il giusto merito alla casualità del mercato e alla bravura del giocatore nell’interpretare il ruolo di centravanti, una posizione in cui lui, Gasp, aveva sempre creduto ciecamente.

Le scorie dell’Atalanta e la lotta Champions

Gasperini, poi, ha chiuso con un secco invito a non tirare in ballo il suo glorioso passato, quasi a voler archiviare un paragone scomodo. “Meglio non si pronunci o si tiri in ballo l’Atalanta – ha tagliato corto – che ha fatto cose straordinarie con giovani e meno giovani”. Un modo elegante per evitare il confronto diretto con Ranieri su quel tema specifico, scaricando la pressione sulle prossime sfide. Perché al di là delle chiacchiere, il destino della Roma passa dal campo: a sei giornate dalla fine, la qualificazione alla Champions League – quel sogno disertato dai giallorossi ormai dal 2019 – è ancora un obiettivo matematicamente possibile, nonostante le difficoltà e gli infortuni che hanno decimato la rosa. E forse, in questa rincorsa all’ultimo respiro, anche una vittoria “normale” contro il Pisa può trasformarsi in un piccolo, grande colpo di teatro.

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