L’avanzo primario e lo spread in discesa: la vera storia dei conti pubblici tra superbonus e inflazione
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Redazione Economia
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L’annosa querelle tra Palazzo Chigi e gli ex inquilini di Palazzo Chigi, quella fiammata dialettica che ha visto Giorgia Meloni e Giuseppe Conte confrontarsi a distanza sulle cause dello scostamento di bilancio, ha riacceso i riflettori su un tema che si credeva ormai archiviato: la salute dei conti dello Stato. Al cuore dell’accusa governativa c’è la convinzione, suffragata da alcuni dati macroeconomici, che la misura del superbonus – voluta dall’esecutivo guidato da Conte durante l’emergenza pandemica – abbia determinato uno sforamento strutturale della soglia del deficit, costringendo l’Italia a convivere con un rapporto deficit/Pil che fatica a scendere stabilmente sotto quella fatidica linea del 3%. Eppure, se si abbandona il piano della propaganda politica per tuffarsi in un’analisi più ponderata delle carte contabili, la fotografia che emerge è ben diversa da quella dipinta dalle opposizioni, così come sorprendentemente sfumata rispetto ai toni trionfalistici di chi sventola bandiere di rigore.
L’economia reale, quella che non segue i cicli elettorali ma le leggi ferree dei mercati e della fiducia, racconta di un Paese che, nonostante le bordate subite, ha trovato un baricentro sorprendente. I dati diffusi dal Tesoro evidenziano una dinamica positiva delle entrate, che corrono piuttosto veloci rispetto all’incremento della spesa pubblica; ne consegue la crescita dell’avanzo primario, un indicatore fondamentale che segnala la capacità dello Stato di coprire il debito al netto degli interessi passivi. Questo risultato, lungi dall’essere un accidente statistico, è il prodotto di un’inversione di tendenza cominciata subito dopo la fine del “liberi tutti” pandemico, quando i maxi scostamenti di bilancio da decine di miliardi servivano – per carità – a tamponare l’emergenza sanitaria ma anche, incidentalmente, a finanziare generosità edilizie su ville e condomini.
Il grande sotterfugio dello spread: quando il mercato premia la prudenza
Ma veniamo al punto che fa più male alla narrazione della sinistra, quella che preferisce dipingere un paese in balìa della speculazione. Il crollo verticale del differenziale tra i nostri Btp e i bund tedeschi, quel famoso spread che da indicatore tecnico è diventato un termometro politico, sta lì a testimoniare il successo di una strategia ritenuta impossibile solo pochi anni fa. Nelle settimane in cui si discuteva animatamente della manovra, gli investitori internazionali hanno inviato un segnale inequivocabile: la credibilità dell’Italia è tornata ai massimi da quindici anni a questa parte.
L’ultimo Documento di finanza pubblica, quello licenziato dal Consiglio dei ministri, ha avuto il merito (o l’imprudenza, a seconda dei punti di vista) di svelare il meccanismo di questo “sotterfugio” politico: la riduzione del differenziale non è solo il frutto di una congiuntura esterna favorevole, ma il premio per una disciplina ferrea imposta in un contesto ostile. E qui sta la contraddizione che le opposizioni stentano a digerire: il governo ha dovuto sottoscrivere, pur digrignando i denti e senza condividerlo appieno, un nuovo patto europeo sul bilancio che ha rimesso in riga tutti – dopo la sbornia del deficit facile – costringendo l’Esecutivo a una navigazione in acque agitate e piene di catene.
Inflazione e tassi reali negativi: come si è sterilizzato il costo dei bonus?
Un’analisi più approfondita dei flussi di cassa mostra che l’Italia, in buona sostanza, si è salvata da sola grazie a un evento esogeno che nessuno aveva previsto: lo shock inflazionistico. L’economista Giuseppe Coco, in un’analisi che smonta pezzo per pezzo la retorica dei “conti in disordine”, ha dimostrato come la svalutazione implicita del debito legata ai rincari abbia agito come un gigantesco ammortizzatore. Per capirci: se i tassi nominali crescono ma restano ben al di sotto dell’inflazione – e questo nel biennio 2022-2023 è successo eccome – i tassi reali diventano fortemente negativi. E cosa significa? Che lo Stato restituirebbe i soldi avendo pagato un interesse in termini reali inferiore al tasso di erosione della moneta, un vantaggio non da poco per un debitore cronico come noi.
Secondo alcune stime, questo risparmio implicito sui tassi d’interesse potrebbe aver toccato cifre astronomiche, parliamo di centinaia di miliardi di euro nei due anni. Tale dividendo ha di fatto tamponato la voragine aperta dai 170 miliardi di crediti fiscali accumulati con il superbonus, neutralizzandone l’impatto più velenoso. Certo, questa manovra contabile ha avuto un costo sociale pesante (ne stanno parlando i sindacati), perché se lo Stato risparmia grazie a tassi reali negativi, significa che il potere d’acquisto dei risparmiatori e dei lavoratori dipendenti – specialmente quelli pubblici, i cui rinnovi contrattuali sono corsi per recuperare un’inflazione che galoppava – ha subito una compressione severa. In parole povere, i lavoratori hanno finanziato il risanamento, subendo una riduzione dei salari reali che ha permesso di sterilizzare l’effetto dei bonus edilizi.
L’occupazione e l’industria: il prezzo della stabilità finanziaria
Eppure, nonostante la rigidità dei conti e la stretta creditizia, il mercato del lavoro ha tenuto botta in maniera quasi miracolosa. I dati sulle assunzioni, quelli che fanno discutere gli economisti, mostrano una tenuta che pochi si sarebbero aspettati in una fase recessiva. Se da un lato l’attività industriale segna il passo – la manifattura paga il conto più salato della crisi energetica e della competizione internazionale –, dall’altro il governo può rivendicare un record storico per l’occupazione femminile e una sostanziale tenuta della coesione sociale. Non siamo di fronte a un miracolo economico in stile dopoguerra, sia chiaro, ma nemmeno al disastro annunciato dagli strateghi dell’opposizione.
Tornando alla polemica con i Cinquestelle, la verità giudiziaria dei numeri è implacabile: il superbonus è stato un gigantesco vaso di Pandora i cui effetti distorsivi sono ancora evidenti nella spesa corrente, ma la tempesta perfetta causata dall’inflazione ha paradossalmente aiutato a tenere in equilibrio la barca. Se i conti hanno retto, insomma, il merito non va ascritto solo alla “prudenza” di questo esecutivo, perché la sorte avversa dei rincari energetici ha contribuito a far crollare lo spread e a migliorare i rapporti di bilancio in modo forse persino involontario. Di certo, al netto delle chiacchiere da talk show, la “carta canta” e i fogli del ministero dell’Economia raccontano di un’Italia che, pur tra mille difficoltà, ha smesso di giocare a fare la pecora nera d’Europa.




