Il Milan e il fantasma del 1999: un derby riapre i giochi, sette punti dalla vetta e una rimonta da sogno
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Redazione Sport
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Il campionato, si sa, è una bestia imprevedibile: può cullarti per mesi nella certezza di un verdetto ormai scritto, per poi, nel giro di novanta minuti, risvegliarti con la forza di un incubo – o di un sogno, dipende dai punti di vista. La vittoria del Milan nel derby, domenica sera, ha avuto esattamente questo effetto: ha scosso la narrazione di una corsa scudetto che sembrava avere un solo, logico epilogo. Il margine, adesso, è di sette lunghezze per l’Inter, un distacco che solo sette giorni fa avrebbe potuto essere di tredici e che, invece, lascia aperto uno spiraglio. Uno spiraglio che a Milano, nella metà rossonera della città, riporta alla mente echi di un passato lontano ventisette anni, quando un’altra squadra, data per spacciata, compì l’impresa.
Il precedente di Zaccheroni: una rimonta dai contorni leggendari
Per trovare un’analogia così potente, bisogna tornare alla stagione 1998-1999, quella del Milan di Alberto Zaccheroni. Era il 3 aprile quando, dopo lo 0-0 dell’Olimpico contro la Lazio, i biancocelesti di Eriksson sembravano avere lo scudetto in pugno: sette i punti di vantaggio sui rossoneri, proprio come oggi, e sette le giornate ancora da disputare. Una situazione identica nell’aritmetica, ma diversa nella percezione: allora, come adesso, il traguardo pareva un miraggio. Invece, quel Milan inanellò una serie di sette vittorie consecutive, un ruolino di marcia perfetto che culminò con il sorpasso alla penultima giornata – favorito dal pareggio della Lazio a Firenze – e con la festa finale sul campo del Perugia, il 23 maggio 1999, quando un giovanissimo Christian Abbiati, diventato titolare per le circostanze più strane, si oppose con un miracolo a Bucchi per preservare il vantaggio.
Fu la squadra del 3-4-3 trasformato poi in 3-4-1-2, quella di Boban arretrato in regia e di un certo Oliver Bierhoff, l’ariete tedesco arrivato dall’Udinese insieme al tecnico, che di quelle sette vittorie consecutive e di quello scudetto inaspettato fu il simbolo, con i suoi diciannove gol in campionato. Lui, quel bomber, di rimonte se ne intende. Intervenuto nei giorni scorsi, ha provato a spiegare la ricetta di quella magica primavera: niente tabelle, niente calcoli. Un invito a vivere la partita dopo partita che suona come un monito per l’attuale gruppo di mister Allegri.
La nuova consapevolezza e il commento di Bierhoff su Rabiot
E a proposito di uomini di quel Milan, non si può non citare quanto dichiarato alla vigilia del derby da Kaká, che, pur non essendo un ex nel senso stretto del termine – lui è sbarcato a Milano nel 2003 –, ha voluto lanciare un messaggio ai tifosi, sostenendo che dieci punti (allora il distacco era maggiore) possano essere recuperati in quattro partite e che la strada, in fondo, è ancora lunga. Un concetto ribadito, con la forza di chi quella maglia la indossa oggi, da Strahinja Pavlovic, il quale ha sottolineato come con undici gare ancora da giocare, nulla sia finito.
Ma la figura che più di tutte lega quel passato glorioso al presente è proprio Oliver Bierhoff. In una lunga intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, l’ex centravanti si è soffermato a lungo sulle qualità di un centrocampista che sta impressionando tutti in questa Serie A: Adrien Rabiot. Il francese, ha spiegato Bierhoff, è un giocatore completo, una mezzala che coniuga tecnica e fisico in maniera impressionante, dotata di senso del gol e di una spiccata capacità di sacrificarsi. Nel derby, ha aggiunto, Rabiot ha incassato colpi durissimi senza mai tirarsi indietro, correndo fino all’ultimo secondo di recupero. Una prestazione, la sua, che ha contribuito in maniera determinante a riaprire le danze, alimentando la speranza di una rimonta che, sulle ali della memoria, vuole provare a emulare quella del 1999. Gli incroci del calendario e la pressione, adesso, cambiano sponda.




