Pogacar cancella Pantani sull’Alpe d’Huez: record e quinto Tour in tasca

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Redazione Sport Redazione Sport   -   I numeri, a un certo punto, smettono di raccontare la fatica e iniziano a raccontare un’altra storia. Quella che Tadej Pogačar ha riscritto ieri sulla salita dell’Alpe d’Huez, nella 19ª tappa del Tour de France, appartiene a quest’ultima categoria. Lo sloveno ha coperto i 21 tornanti che portano al traguardo in 35 minuti e 25 secondi, una frazione di tempo che trasforma in polvere il precedente record di scalata, quel 36 minuti e 50 secondi che apparteneva a Marco Pantani e che resisteva dal 1995.

Per avere un termine di paragone, persino Lance Armstrong, nella cronometro del 2004, impiegò 37 minuti e 36 secondi, nonostante tutto ciò che si è detto e scritto su quell’epoca. Il dato, però, è impietoso e oggettivo: Pogačar ha viaggiato a un valore medio stimato di quasi 7 watt per chilo, con un VAM (velocità ascendente media) di 1.890 metri all’ora. Sono cifre che, al di là dell’entusiasmo, impongono un attimo di riflessione, perché spostano il confine tra l’umano e il possibile un po’ più in là, proprio come fece il Pirata ai suoi tempi.

La rimonta che vale un record e il quinto sigillo

L’impresa, però, non è stata soltanto una questione di cronometro. La vittoria sull’Alpe d’Huez, la prima in carriera per il capitano della UAE Emirates, è arrivata al termine di una rimonta che aveva tutti i numeri per essere definita “d’altri tempi” se non fosse che i tempi, appunto, sono cambiati. Pogačar ha attaccato a 13 chilometri dal traguardo, quando il vantaggio dei battistrada si aggirava intorno ai 3 minuti, e ha iniziato a mangiare metri su metri con una progressione inesorabile.

Gli ultimi a cedere, uno dopo l’altro, sono stati Richard Carapaz e Daniel Felipe Martinez, che pure avevano dato battaglia per gran parte della tappa. La 19ª frazione, che partiva da Bourg-d’Oisans e si concludeva proprio sulla mitica salita, ha così regalato allo sloveno la quinta affermazione in questa edizione della Boucle, un ruolino di marcia che gli consente di presentarsi all’ultima tappa con il quinto Tour de France ormai ipotecato. La matematica, certo, non è ancora completamente archiviata, ma la sostanza dice che la domenica finale sarà una passerella più che una battaglia.

Le montagne della regina e le parole di Gianetti

Per comprendere appieno il valore di questa impresa, bisogna guardare al contesto di una tappa che era stata annunciata come la regina del Tour 2026. Il percorso prevedeva un trittico di asperità che avrebbe fatto tremare i polsi a qualsiasi gregario: il Col de la Croix de Fer, Hors-Catégorie, con i suoi 24 chilometri al 5,2% di pendenza media; poi il Col du Télégraphe, di prima categoria, che preparava le gambe alla salita finale; e infine l’Alpe d’Huez, anch’essa Hors-Catégorie.

Tre GPM che da soli basterebbero a determinare il valore di una vittoria, e che invece Pogačar ha affrontato come fossero tappe di un allenamento, seppure di altissimo livello. Al traguardo, il team manager della UAE, Mauro Gianetti, ha commentato a caldo con una frase che forse riassume meglio di ogni analisi tecnica lo stato d’animo di chi osserva: “Tadej ci lascia senza parole”. Una dichiarazione che suona quasi come un’ammissione di impotenza di fronte a un ciclista che continua a riscrivere i parametri di questo sport.

L’Alpe d’Huez mancava alla collezione, ora c’è

C’è un aspetto, forse, che rende questa vittoria ancora più speciale per lo sloveno, al di là del record e del tempo. L’Alpe d’Huez era l’unica grande salita iconica che mancava alla sua bacheca ideale, quel muro di 21 curve che rappresenta un po’ il Santo Graal del ciclismo moderno. Pogačar, dopo aver vinto ovunque, aveva sempre fallito il bersaglio su questa montagna, e ieri ha finalmente colmato la lacuna con gli interessi. Le sue parole al termine della tappa hanno restituito l’emozione di un traguardo inseguito a lungo: “Vincere sull’Alpe d’Huez è speciale, qualcosa di pazzesco”.

E poi, con la solita umiltà che lo contraddistingue, ha spiegato di aver dovuto lottare con degli ottimi ciclisti, ma di aver approfittato di un gioco di squadra che, nella fasi finali, ha finito per favorirlo. Il riferimento è a quei secondi preziosi guadagnati quando gli avversari si sono guardati, quasi a scaricare la responsabilità dell’inseguimento l’uno sull’altro. Un errore tattico che, con un fuoriclasse come Pogačar, si paga a caro prezzo, e che ha permesso allo sloveno di mettere il sigillo su una delle prestazioni più clamorose della storia recente del Tour.

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