L’ombra di Mosca dietro gli attacchi di Teheran: intelligence russa in aiuto agli ayatollah
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Redazione Esteri
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Il settimo giorno di guerra in Medio Oriente non porta con sé soltanto l’ennesima raffica di attacchi, spesso scomposti, che l’Iran ha sferrato contro obiettivi statunitensi e israeliani, ma anche la prova tangibile di una regia che finora era rimasta sullo sfondo. Mentre il Golfo brucia e le petroliere incrociano in acque minate dalla paura, emergono i dettagli di un sostegno concreto che Mosca avrebbe garantito a Teheran, trasformando un conflitto già di per sé esplosivo in una crisi dalle implicazioni globali ben più vaste di quanto si potesse immaginare all’indomani dell’attacco congiunto voluto da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. L’ipotesi, circolata nei giorni precedenti l’inizio delle ostilità attraverso indiscrezioni su canali Telegram russi e mediorientali, ha trovato ora una conferma che rimbalza dai principali media americani. Secondo quanto riportato dal Washington Post e poi rilanciato dal Wall Street Journal, la Russia starebbe fornendo all’Iran informazioni di intelligence preziose, se non determinanti, per colpire le forze statunitensi dispiegate nella regione. Non si tratterebbe di un semplice scambio di cortesie tra alleati, ma di un flusso di dati satellitari e localizzazioni in tempo reale che riguardano navi da guerra, aerei e movimenti di truppe americane. Un aiuto che, seppur indiretto, cambia radicalmente la natura dello scontro, inserendo un altro avversario di peso — una potenza nucleare con capacità spaziali non indifferenti — in un teatro già saturo di tensioni.
Ciò che rende questa collaborazione particolarmente significativa è il suo manifestarsi in un momento in cui Vladimir Putin, ufficialmente, continua a proporsi come potenziale mediatore. Il presidente russo, infatti, nelle stesse ore in cui i suoi satelliti fotografavano le postazioni nemiche per conto di Teheran, telefonava ai leader del Golfo — dall’emiro del Qatar al principe ereditario dell’Arabia Saudita — offrendo la propria disponibilità a facilitare un ritorno alla diplomazia e condannando quella che il Cremlino ha definito “aggressione senza provocazione” contro l’Iran. Un doppio gioco che rivela la volontà di Mosca di trarre vantaggio da ogni scenario: da un lato alimentando la capacità offensiva dell’alleato iraniano, dall’altro presentandosi come l’unico interlocutore credibile in grado di spegnere l’incendio. Le cronache di queste ore descrivono un quadro in cui l’intelligence russa avrebbe già permesso agli ayatollah di affinare la mira contro infrastrutture sensibili, come il quartier generale della Quinta Flotta a Manama o un centro operativo in Kuwait, attacchi che hanno causato perdite tra i militari statunitensi.
Non è un mistero che il legame tra Mosca e Teheran si sia andato consolidando ben prima di questa crisi. Già nello scorso dicembre, stando a documenti trapelati e rivelati dal Financial Times, le due nazioni avevano siglato un accordo segreto del valore di quasi 590 milioni di dollari per la fornitura di sofisticati sistemi missilistici terra-aria Verba, destinati a ricostruire le difese iraniane pesantemente danneggiate durante i conflitti precedenti. Un’intesa che prevedeva la consegna di centinaia di lanciatori portatili e migliaia di missili, un arsenale che, sebbene programmato per gli anni a venire, testimonia la profondità di una partnership che oggi si estende ben oltre la compravendita di armi, toccando la condivisione in tempo reale di informazioni letali. Gli esperti citati dalle agenzie internazionali sottolineano come l’Iran, pur dotato di proprie capacità di ricognizione, soffra di lacune significative nell’osservazione satellitare, lacune che la collaborazione russa contribuirebbe a colmare fornendo immagini ad alta risoluzione e dati che il regime degli ayatollah non sarebbe altrimenti in grado di ottenere con tempestività.
Questa ingerenza, peraltro, arriva in un frangente in cui Putin cerca con attenzione di non varcare la soglia che porterebbe a una rottura definitiva con Washington. Il Cremlino, impantanato nel conflitto ucraino e desideroso di non compromettere i fragili canali di dialogo aperti con l’amministrazione Trump per una soluzione negoziata, sembra giocare una partita sottile. Da un lato fornisce all’Iran gli strumenti per colpire, dall’altro si guarda bene dall’intervenire direttamente, lasciando che siano i proxy e gli alleati a logorare la macchina da guerra americana. Un atteggiamento, questo, che i funzionari statunitensi citati dal Wall Street Journal interpretano come un tentativo di indebolire gli Stati Uniti senza assumersene la paternità, sfruttando l’onda lunga dell’aumento dei prezzi del petrolio — conseguenza diretta dell’instabilità nello Stretto di Hormuz — per rimpinguare le casse di uno Stato esausto dalle sanzioni e dalle spese belliche. La crisi energetica che ne deriva, e che si ripercuote pesantemente anche sulle economie occidentali, diventa così un effetto collaterale tutt’altro che indesiderato per Mosca.
La nuova dottrina dell’asse orientale
L’asse che si sta delineando tra Mosca e Teheran, e che vede Pechino osservare interessata dalla propria posizione di principale acquirente di greggio, ridefinisce gli equilibri del conflitto. Non si tratta più soltanto di una disputa regionale tra Israele e Iran, o di una ritorsione americana per le ripetute provocazioni, ma di uno scontro in cui due delle maggiori potenze nucleari del mondo si trovano su fronti opposti, con la Russia che fornisce attivamente all’Iran i mezzi per opporsi alla proiezione di forza statunitense. Le dichiarazioni di Teheran, che attraverso il proprio rappresentante alle Nazioni Unite ha ribadito il diritto all’autodifesa fino alla cessazione delle ostilità, trovano così un sostegno concreto nei centri di comando russi, dove esperti di intelligence elaborano i dati da trasmettere agli alleati. Una cooperazione che, come notano gli analisti, segna un salto di qualità rispetto al passato: non più solo forniture di droni o tecnologie, ma un coinvolgimento operativo nella pianificazione degli attacchi, seppur mantenuto volutamente nel cono d’ombra per non innescare una reazione diretta della NATO.
Il fattore umano dietro le quinte della guerra tecnologica
Dietro le fredde logiche degli schieramenti geopolitici, c’è una vicenda umana che merita di essere raccontata, quella dei tecnici e degli operatori che si trovano a gestire flussi di informazioni la cui conseguenza ultima è la vita di soldati sul terreno. Mentre i satelliti russi inquadrano le basi americane in Arabia Saudita o in Kuwait, e mentre gli analisti di Mosca incrociano i dati con quelli forniti dai servizi iraniani, ci sono uomini e donne nelle postazioni di comando che sanno che ogni coordinata trasmessa può tradursi in un attacco, in una deflagrazione, in una barella. La guerra, si sa, è fatta anche di questo: di numeri che diventano bersagli, di schermi che restituiscono sagome termiche, di decisioni prese in sale protette lontane migliaia di chilometri dal fragore delle bombe. E in questa ridda di alleanze e tradimenti, di aiuti nascosti e mediazioni palesi, a farne le spese sono ancora una volta le popolazioni civili, strette nella morsa di un conflitto che sembra non conoscere confini né pietà.
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