Teheran, il prezzo di un hamburger e il silenzio degli ayatollah: l’economia collassa sotto il peso del blocco

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Se ti inoltri tra i banchi di un mercato di Teheran, ti scontri con l’aritmetica del collasso: per portarti a casa un uovo devi sborsare un milione di rial, per un hamburger la cifra sale fino a cinque milioni. Per misurare il peso di questo sfacelo, basta guardare al salario minimo mensile, che si aggira intorno ai 200 milioni di rial, una somma che sulla carta sembra ragguardevole ma che di fatto viene polverizzata dall’inflazione più alta dalla Seconda guerra mondiale. È l’economia, più ancora dei missili, a raccontare la vera crisi della Repubblica islamica; quella che stremisce la popolazione giorno dopo giorno, mentre le banche non funzionano più e molti lavoratori, ridotti alla cassa integrazione di fatto, non riescono nemmeno a incassare gli stipendi. Le sanzioni e il blocco navale imposto dagli Stati Uniti hanno trasformato quello che era già un malessere cronico in un’emorragia inarrestabile, colpendo direttamente il potere d’acquisto di una classe media che sembra non avere più via di scampo.

Lo stallo di Hormuz e la guerra silenziosa sulle rotte petrolifere

Lo scacchiere mediorientale resta in una fase di equilibrio instabile, eppure – spiega Guido Olimpio, firma storica del «Corriere della Sera» – nessuno vuole davvero l’escalation, anche se i muscoli si misurano ogni giorno sul filo delle rotte energetiche globali. L’attenzione si concentra sullo Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato per il 20 per cento del petrolio mondiale dove Iran e Stati Uniti giocano a una sorta di pollo stradale: Teheran chiude il transito alle navi straniere, Washington risponde con un blocco navale che di fatto impedisce alle petroliere iraniane di uscire. La conseguenza è paradossale: il greggio continua a uscire dai pozzi, ma non avendo più spazio per essere stoccato – si stima che i depositi di Kharg Island possano reggere ancora solo per un paio di settimane – Teheran si trova costretta a ridurre la produzione, rischiando di dover spegnere definitivamente i rubinetti. Una mossa, quest’ultima, che gli esperti definiscono letale per i giacimenti più vecchi, perché una volta fermata l’estrazione, riavviarla richiederebbe anni e investimenti che il regime, dissanguato, non può sostenere.

L’Italia e la partita della diplomazia: contenere i danni senza alzare la voce

Mentre il mondo trattiene il fiato e Trump – ormai da più di un anno alla Casa Bianca – spinge per un accordo che sembra sempre più lontano, l’Europa cerca di ritagliarsi un ruolo. Olimpio, che è stato corrispondente da Israele e inviato negli Stati Uniti, ospite a Verona della Società letteraria, ha ridimensionato le ambizioni continentali: non c’è margine per una mediazione ad alta quota, quanto piuttosto per un’opera di “contenimento dei danni”. L’Italia, in questo quadro, può giocare una carta preziosa, agendo su due fronti: da una parte sostenendo il canale diplomatico con gli altri partner europei, dall’altra preparandosi a gestire un’emergenza umanitaria ed economica che non ha una scadenza chiara. La crisi si gioca sulla credibilità delle minacce, più ancora che sulle azioni dirette, e in questa fase – osserva l’inviato – prevale il “linguaggio della forza”, quello che obbliga tutti a riarmare la retorica anche quando nessuno ha vera voglia di combattere.

L’economia come campo di battaglia: stipendi fantasma e fine del welfare

A fare le spese di questa situazione di stallo, come sempre, è la popolazione. Le testimonianze che arrivano dalla capitale parlano di un sistema bancario in coma, con i dipendenti pubblici e privati che non riescono a ricevere i loro salari. “Le banche non funzionano e non riusciamo a incassare gli stipendi”, scrive Samira, una lettrice, descrivendo una routine fatta di code interminabili e bancomat asciutti. Il collasso della valuta ha reso il rial una moneta di fatto fantasma, spingendo la gente a liberarsene in cambio di beni rifugio o valute estere, alimentando un’inflazione che ha superato ampiamente il 70 per cento. L’amministrazione Trump, intensificando la pressione con la designazione delle raffinerie cinesi come target secondari, ha chiuso il cerchio attorno all’economia iraniana, che da decenni viveva esclusivamente di esportazioni petrolifere verso l’Oriente. Il governo degli ayatollah resiste, alimentando la narrazione della resistenza, ma sotto la superficie – nei vicoli dei bazar dove il prezzo del pollo è aumentato di quattro volte – si vede il cedimento di un paese che non sa più come sfamare i propri figli.

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