Aston Martin, il rischio è la salute dei piloti: vibazioni fuori controllo, Alonso e Stroll temono danni permanenti
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Redazione Sport
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Il paddock di Melbourne, di solito teatro di proclami trionfali e ottimistiche previsioni per la stagione che prende il via, si è trasformato quest’anno in una sorta di ambulatorio medico a cielo aperto, e il paziente, guarda caso, è la nuova Aston Martin AMR26. La scuderia di Silverstone, quella che aveva fatto sognare i tifosi con l’arrivo del genio Adrian Newey e il passaggio alla power unit ufficiale Honda, si trova a dover affrontare un problema talmente grave da mettere in secondo piano, almeno per il momento, le pur evidenti difficoltà prestazionali. Non si tratta solo di essere lenti o inaffidabili – e i test invernali in Bahrain avevano già lanciato segnali inequivocabili in tal senso – ma di aver costruito, o forse sarebbe meglio dire assemblato, una monoposto che, a causa di violente vibrazioni, mette a repentaglio l’integrità fisica di chi la guida. La questione, emersa con chiarezza nelle dichiarazioni rilasciate nel paddock dell’Albert Park, è di una gravità inaudita per la Formula 1 moderna, dove la sicurezza, almeno sulla carta, è da tempo un pilastro fondamentale.
Lo stesso Adrian Newey, tornato ufficialmente operativo come team principal dopo mesi di attesa per il suo arrivo, non ha usato giri di parole per descrivere la situazione, confermando quanto anticipato da alcune indiscrezioni. Il problema, ha spiegato il progettista britannico, non risiede primariamente nel telaio, che anzi a suo giudizio nasconderebbe un potenziale interessante, ma nell’interazione di questo con la nuova unità motrice giapponese. La power unit Honda, il V6 RA626H, genera delle oscillazioni che si trasmettono al telaio, una struttura in fibra di carbonio per sua natura estremamente rigida e con scarsissime capacità di smorzamento. Questo connubio, o meglio questo conflitto, provoca non solo una serie di noie meccaniche minori, se così possiamo definirle, come il distacco degli specchietti o dei fanali posteriori – dettagli che in un fine settimana di gara si possono anche fronteggiare – ma genera un flusso continuo di scosse che viaggia dritto verso l’abitacolo. La parte del che ne fa le spese sono le mani dei piloti, a diretto contatto con il volante, il recettore finale di questa fastidiosa e pericolosa vibrazione.
Le conseguenze, a questo punto, diventano un problema medico oltre che ingegneristico. Fernando Alonso, che di esperienza con i motori giapponesi ne ha quanta ne basta per non fidarsi ciecamente, ha dovuto constatare di persona che dopo circa venti, venticinque minuti di guida, le mani e i piedi iniziano a intorpidirsi, un chiaro sintomo di un sovraccarico di stress per il sistema nervoso. La sensazione di formicolio, come l’ha descritta lui stesso, è il preludio a un rischio ben più concreto e grave. Il due volte campione del mondo, e con lui il compagno di squadra Lance Stroll, hanno riferito al team i propri limiti fisiologici. Per lo spagnolo, la soglia di sicurezza oltre la quale si potrebbe incorrere in un danno permanente ai nervi delle mani è stata quantificata in 25 giri consecutivi. Per il canadese, che peraltro ha un passato di problemi al polso dopo un incidente in bicicletta, la finestra di tolleranza si riduce ulteriormente a soli 15 giri. Un dato, quest’ultimo, che rende l’idea della violenza del fenomeno e delle diverse sensibilità fisiche, ma che accomuna entrambi in una diagnosi preoccupante.
La situazione, e questo è il paradosso che rende la vicenda ancora più complessa, vede Newey e i suoi uomini procedere su un doppio binario. Da un lato, c’è la necessità impellente, quasi disperata, di trovare una soluzione tampone per permettere alle AMR26 di sopravvivere almeno per qualche giro in pista senza causare danni ai piloti. Dall’altro, nonostante il quadro di crisi profonda, lo stesso Newey non ha fermato lo sviluppo aerodinamico della vettura, portando a Melbourne delle novità, visibili specialmente all’ala anteriore, per testare soluzioni pensate per il futuro. Un atteggiamento che racconta di una squadra che guarda avanti anche mentre arranca nel presente. I tecnici Honda, dal canto loro, sono al lavoro per capire come ridurre le vibrazioni alla fonte, ma come ammesso dal presidente Koji Watanabe, non c’è alcuna certezza su quando e come si potrà risolvere il problema. La penuria di ricambi, in particolare di batterie, costringe il team a gestire il week-end con il bilancino, sperando che nessuno dei due accumulatori, uno per vettura, ceda definitivamente sotto i colpi delle scosse.
Il racconto di Melbourne: qualifiche tra limiti fisici e sforzi tecnici
Se il venerdì di libere era stato praticamente da dimenticare, con pochi giri percorsi e tanta apprensione, la giornata di qualifica ha offerto un quadro leggermente diverso, se non altro perché ha permesso di tastare il polso alla situazione con un minimo di continuità in più. Fernando Alonso è riuscito a strappare il diciassettesimo tempo, un risultato che sulla carta è l’ultimo dei pensieri per una squadra con ambizioni da prima fila, ma che racconta di un recupero, se non altro di dignità, rispetto ai giorni precedenti. Lo spagnolo, con la solita freddezza, ha sottolineato come il semplice fatto di poter mettere insieme qualche giro abbia permesso alla squadra di recuperare circa un secondo e mezzo dal fondo del baratro in cui erano sprofondati venerdì. Una magra consolazione, certo, ma che dimostra come il telaio, quando può girare, nasconda un potenziale che aspetta solo di essere liberato dal giogo dei problemi alla power unit.
La sensazione, ascoltando le comunicazioni e guardando i volti nel box Aston Martin, è quella di una squadra che cerca di tenere insieme i cocci di un weekend che rischia di trasformarsi in una battaglia di sopravvivenza più che in una gara. I tecnici, tra un turno e l’altro, lavorano freneticamente non per limare decimi sul passo, ma per verificare che tutto tenga, che i componenti non cedano, che i piloti, una volta scesi dall’abitacolo, non accusi segni di intorpidimento più gravi del previsto. La priorità, hanno spiegato più volte, è gestire la corsa, qualora si prenda il via, con una strategia che preveda soste molto frequenti, spezzando la gara in tanti mini-sprint per non oltrepassare mai quella fatidica soglia dei 25 giri consecutivi indicata da Alonso. Un piano di gara surreale, che trasforma una competizione di velocità e resistenza in un esercizio di equilibrismo tra la necessità di coprire la distanza e quella di preservare l’incolumità di chi siede al volante. La situazione, già complessa sul fronte tecnico, si arricchisce così di una variabile umana e dolorosa che pochi avevano preventivato, gettando un’ombra lunga su quello che doveva essere l’inizio di una nuova era per il team di Silverstone.




