GP Australia, l’incubo Alonso: il motore Honda è un disastro, “finiti i pezzi” e rischio danni fisici per i piloti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Il debutto della nuova era tecnica della Formula 1 si è trasformato in un incubo per Fernando Alonso e per l’intera scuderia Aston Martin, precipitata in un vortice di problemi tecnici che ricordano fin troppo da vicino il tormentato sodalizio tra lo spagnolo e la Honda ai tempi della McLaren. Già durante le prime prove libere sul circuito di Albert Park, a Melbourne, la realtà si è presentata in tutta la sua drammaticità: la AMR26, la monoposto progettata sotto la supervisione di Adrian Newey, non è semplicemente lenta, ma è letteralmente inguidabile. La power unit giapponese, cuore pulsante del nuovo ciclo regolamentare, produce vibrazioni di tale intensità da propagarsi attraverso il telaio in fibra di carbonio – struttura rigida per natura, priva di capacità di smorzamento – fino a raggiungere le mani dei piloti, mettendone a repentaglio l’incolumità fisica.
La situazione, emersa in tutta la sua gravità durante le conferenze stampa della vigilia, è talmente critica che il box britannico si trova a dover gestire non solo una preoccupante carenza di prestazioni, stimata in un deficit di circa 67 cavalli nella sola parte elettrica, ma anche una penuria di componenti essenziali. Lo stesso Newey ha dovuto ammettere con franchezza che le scorte di batterie per il sistema ibrido sono ridotte all'osso: ne sono rimaste soltanto due, quelle già montate sulle vetture. “Se ne perdiamo una – ha dichiarato l’ingegnere britannico – il problema diventerebbe gigantesco”, e considerato il tasso di rotture registrato, la preoccupazione che il team non riesca nemmeno a portare entrambe le auto al via della gara domenicale è più che concreta.
Il rischio di lesioni permanenti e la strategia della trasparenza
Il nodo centrale, e più inquietante, riguarda le conseguenze fisiche per i piloti. Le vibrazioni, la cui fonte è stata individuata nella power unit Honda, non si limitano a far staccare specchietti e luci posteriori – come se fossero semplici noie da collaudo – ma si trasmettono direttamente allo sterzo e, di conseguenza, alle dita di chi guida. La valutazione di Fernando Alonso e Lance Stroll è stata netta e allarmante: lo spagnolo, due volte campione del mondo, ritiene di non poter percorrere più di 25 giri consecutivi senza rischiare un danno permanente ai nervi delle mani, mentre per il canadese, che ha anche un passato di infortuni ai polsi, la soglia di sicurezza scenderebbe drammaticamente a soli 15 giri. “È una situazione spaventosa”, ha commentato Newey, spiegando che l’unica via percorribile nel breve termine sarà quella di limitare pesantemente il numero di tornanti percorsi in gara, nell’attesa di identificare e rimuovere la causa scatenante del problema.
Alonso, dal canto suo, pur ammettendo di avvertire mani e piedi insensibili dopo pochi chilometri, ha cercato di sdrammatizzare con la consueta determinazione, dichiarandosi pronto a sopportare anche tre ore di guida se in palio ci fosse una vittoria, ma riconoscendo al contempo l’assoluta anomalia della situazione e la necessità impellente di una soluzione. La scelta di Aston Martin e Honda di rendere pubbliche queste difficoltà, anziché nasconderle dietro un velo di riserbo, risponde a una strategia ben precisa. Sollevare un polverone mediatico, invocando ragioni di sicurezza, sembra essere il tentativo di fare pressione sulla Federazione Internazionale per ottenere una deroga. L'obiettivo sarebbe quello di anticipare i tempi per l'omologazione di correttivi sostanziali al motore, sfruttando la clausola ADUO (Additional Development and Upgrade Opportunities) prima delle scadenze previste dal regolamento, e di poter contare su un budget extra per rimettere mano a un progetto che, al momento, si è rivelato un clamoroso passo falso.
Newey e la scoperta tardiva delle carenze Honda
A gettare ulteriore luce sulla genesi di questo disastro tecnico sono state le rivelazioni dello stesso Adrian Newey circa i retroscena della partnership. In un incontro con i giornalisti, il progettista ha confessato che, se avesse saputo prima ciò che ha scoperto solo a novembre, forse non avrebbe mai firmato l'accordo con la casa giapponese. Recatosi a Tokyo con il proprietario del team, Lawrence Stroll, per discutere alcune voci che parlavano di ritardi nello sviluppo, Newey si è reso conto che molti dei tecnici esperti che avevano reso grande la Honda ai tempi della collaborazione con la Red Bull non facevano più parte del progetto. Al loro posto, una squadra di ingegneri “nuovi per la F1”, privi dell'esperienza necessaria per gestire la complessità di un cambio regolamentare così radicale, aggravata peraltro dai limiti di spesa imposti dal tetto ai costi per i motoristi.
Il risultato è una power unit che, oltre a vibrare in modo incontrollato, costringe la squadra in una spirale negativa: la carenza di potenza del termico obbliga a un utilizzo massiccio della componente elettrica, che però si esaurisce rapidamente, lasciando la vettura in balia dei competitori nei tratti più rapidi del tracciato. La situazione in cui versa l’Aston Martin non è quindi solo un problema di affidabilità o di performance, ma un insieme di fattori che mettono in discussione l’intera stagione. Mentre i meccanici lavorano fino all'alba per cercare di tenere in vita le due monoposto, con il fiato sospeso e la consapevolezza che un giro di troppo potrebbe costare caro non solo in classifica, ma anche alla salute fisica di Alonso e Stroll, l'ombra del 2015, anno del disastroso ritorno di Honda con la McLaren, si allunga minacciosa sul paddock di Melbourne.




