Italia-Africa, Meloni in Etiopia rilancia il Piano Mattei: “Scommessa che stiamo vincendo”
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Redazione Interno
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Dal rigido inverno del castello di Alden Biesen, dove nei giorni scorsi si era tenuto il vertice informale dei leader europei, Giorgia Meloni è atterrata nel clima primaverile di Addis Abeba per quella che si annuncia come una tappa fondamentale nel disegno di politica estera del suo governo. La presidente del Consiglio, giunta nella capitale etiope per la seconda edizione del vertice Italia-Africa – il primo a svolgersi sul suolo africano a due anni esatti dal lancio romano dell’iniziativa – ha subito cercato di proiettare l’immagine di un’architettura di cooperazione ormai solida e riconosciuta a livello internazionale -3-8. La missione, che si articola su due giornate molto fitte e culminerà sabato con la partecipazione della premier all’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana in qualità di ospite d’onore, rappresenta un banco di prova cruciale per dimostrare la concretezza del Piano Mattei, allontanando definitivamente quell’iniziale scetticismo che aveva accompagnato la sua genesi -2-3.
Il consolidamento di una strategia e la mobilitazione delle risorse
Nel suo intervento di apertura al Convention Center di Addis Abeba, e davanti a una platea che annoverava, tra gli altri, il primo ministro etiope Abiy Ahmed, il segretario generale dell’Onu António Guterres e il presidente della Banca africana di sviluppo Sidi Ould Tah, Meloni ha rivendicato con forza i risultati ottenuti in questi due anni -3-9. “Abbiamo dato forma al Piano Mattei per l’Africa, lo abbiamo radicato nei nostri sistemi istituzionali, lo abbiamo fatto crescere così tanto che oggi viene riconosciuto non più come un’iniziativa italiana, ma come una strategia di respiro internazionale”, ha dichiarato la presidente, sottolineando come questo sia stato possibile grazie alle sinergie strutturate con le principali agenzie delle Nazioni Unite, con l’Unione Europea e con l’Unione Africana stessa. Il lavoro diplomatico, spesso invisibile e paragonabile alla fatica della gallina che depone le uova – come recita un saggio detto etiope citato per l’occasione – ha portato alla mobilitazione di circa 1,4 miliardi di euro, una cifra che comprende finanziamenti da organismi multilaterali come la Banca Mondiale e l’IFAD, ma anche contributi da parte di Stati del Golfo, a dimostrazione della capacità di attrarre capitali diversificati al di là della pur fondamentale integrazione con il Global Gateway europeo -2-5-7.
L’hub energetico e le infrastrutture come pilastri portanti
Tra i dossier caldi sul tavolo del vertice, un posto di primissimo piano è occupato dalla strategia energetica, che mira a fare dell’Italia un ponte naturale tra l’Europa e il continente africano. Non si tratta solo di garantire forniture alternative a quelle del passato, ma di co-sviluppare progetti che portino benefici concreti a entrambe le sponde del Mediterraneo. In questo quadro si inseriscono iniziative di grande respiro come l’impianto fotovoltaico Abydos II in Egitto, della potenza di un gigawatt, o il collegamento elettrico sottomarino Elmed tra Italia e Tunisia, veri e propri corridoi verdi pensati per integrare le reti -1-6. A livello regionale, l’attenzione si concentra sul Corridoio di Lobito, un’opera infrastrutturale colossale che attraversa Angola, Zambia e Repubblica Democratica del Congo e che punta a facilitare il trasporto delle materie prime verso i mercati occidentali, riducendo i tempi di percorrenza in maniera drastica rispetto alle rotte tradizionali, e per la quale l’Italia ha già stanziato risorse significative attraverso Cassa Depositi e Prestiti -1-7. L’obiettivo, come ha tenuto a precisare la stessa Meloni, è puntare su tutte le fonti, dalle rinnovabili ai biocarburanti, nel rispetto del principio di neutralità tecnologica, per una transizione ecologica che sia sostenibile ma anche compatibile con i sistemi produttivi dei paesi coinvolti -9.
Agricoltura, formazione e un nuovo approccio alla cooperazione
Oltre all’energia, il Piano Mattei declina il suo impatto su molti altri settori nevralgici, dall’agricoltura alla formazione, passando per l’acqua e la sanità. In Senegal è previsto un co-finanziamento da 90 milioni di euro con l’IFAD per progetti agricoli, mentre in Costa d’Avorio si lavora a un polo agro-industriale e in Algeria è partita un’iniziativa di agricoltura rigenerativa su terreni semi-aridi, la più grande nel suo genere per un investitore italiano nel Mediterraneo meridionale -1-6-10. Di respiro continentale è invece il progetto sulla filiera del caffè, che coinvolge cinque paesi pilota nell’Africa orientale. Sul fronte della formazione, sono stati siglati numerosi memorandum con paesi come Etiopia, Tunisia, Marocco e Kenya per rafforzare l’istruzione tecnica e la ricerca, con l’idea di creare un circolo virtuoso che leghi il trasferimento di competenze alla creazione di opportunità lavorative locali, a partire da centri di eccellenza come quello intitolato a Enrico Mattei a Sidi Bel Abbes -1-6-10. L’approccio, che gli analisti definiscono di “co-creazione”, vorrebbe distinguersi nettamente dai vecchi schemi paternalistici o predatori, puntando invece su un partenariato paritario che in Etiopia si traduce anche in programmi di sostegno al sistema sanitario e in interventi ambientali, come il risanamento del Lago Boye -2-10.
Il significato politico di una presenza
La scelta di partecipare al vertice di Addis Abeba, rinunciando per il secondo anno consecutivo alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è un segnale politico molto chiaro sulle priorità dell’esecutivo -9. La premier, nella foto di famiglia del summit, è stata posizionata tra il presidente di turno dell’Unione Africana João Lourenço e il primo ministro etiope Abiy Ahmed, un dettaglio cerimoniale su cui c’è stata una trattativa serrata ma che alla fine ha sancito il ruolo centrale dell’Italia in questa cornice -9. Il fatto che l’incontro si svolga alla vigilia dell’Assemblea generale dell’UA e alla presenza dei massimi vertici delle istituzioni finanziarie internazionali, suggerisce che il lavoro sotterraneo della diplomazia italiana – quella stessa diplomazia che sa quanto costano alla gallina le uova che poi vengono mangiate – stia producendo risultati tangibili. L’ampliamento del numero dei paesi partner, passati dai 9 iniziali a 14, e la creazione di fondi speciali presso la Banca Africana di Sviluppo a cui contribuiscono anche altri donatori, dimostrano una capacità di fare sistema che va oltre la mera dichiarazione d’intenti -5-7.




