Il giorno in cui a San Siro volarono gli stracci: Allegri, Fabregas e quella trattenuta diventata caso nazionale
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Redazione Sport
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C’era una volta, e forse non è mai esistita davvero, quell’idea di fair play anglosassone che qualcuno si ostina a cercare nel calcio. Perché a San Siro, mercoledì sera, nel recupero della ventiquattresima giornata di Serie A tra Milan e Como, se mai qualcuno ne avesse conservato un residuo, è stato spazzato via in una frazione di secondo: quella in cui Cesc Fabregas, allenatore dei lariani, ha allungato un braccio e trattenuto per la maglia Alexis Saelemaekers, un gesto talmente plateale nella sua antisportività da innescare una reazione a catena che ha travolto panchine, tunnel e persino le sale stampa dell’impianto di via Picchi. Il pareggio per uno a uno, firmato da Nico Paz prima e da Rafael Leao poi, è diventato in men che non si dica un dettaglio, un semplice numero da tabellino, di fronte alla potenza iconica di un’immagine: quella del tecnico spagnolo che, con il pallone in gioco e la sua squadra scoperta, si trasforma in un difensore aggiunto fuori dal rettangolo verde, scatenando l’ira funesta di Massimiliano Allegri.
Se la partita, fino a quel momento, aveva offerto sprazzi di calcio vero – l’errore gratuito di Mike Maignan che aveva spianato la strada all’argentino del Como, la giocata di classe di Jashari a innescare il portoghese per il pallonetto del pari – i minuti di recupero hanno invece raccontato altro. Hanno raccontato di un Allegri che, nella sua versione più fumantina e lontana anni luce da quella calma apparente che lo ha reso celebre, ha lasciato l’area tecnica per difendere il suo giocatore e si è ritrovato, suo malgrado, a discutere animatamente con lo staff avversario, tanto da beccarsi l’espulsione dal direttore di gara Mariani. Una decisione, quella del rosso, che il tecnico livornese ha vissuto con l’incredulità di chi, forse, si sentiva dalla parte della ragione, ma che si è aggiunta a una lista già lunga in questa stagione, confermando un nervosismo di fondo che pare accompagnare la corsa allo Scudetto dei suoi rossoneri.
Scuse formali e rancori sostanziali: il dopo partita che infiamma il tunnel
La vera partita, però, è iniziata quando i novanta minuti si erano già chiusi. Fabregas, consapevole della gaffe e probabilmente spaventato dalle conseguenze mediatiche di un gesto che definire “da dilettante” sarebbe persino riduttivo, ha immediatamente imbracciato il microfono per scusarsi. “Ho fatto una cosa di cui non sono orgoglioso, un gesto antisportivo”, ha ammesso lo spagnolo di fronte alle telecamere, chiedendo venia con tono dimesso e quasi infantile, un atteggiamento che qualcuno potrebbe definire da “peccatore in chiesa”, per usare una metafora calcistica. L’ha definita “una toccatina”, minimizzando l’accaduto con una leggerezza che, a sentire i commenti a caldo, strideva con la materialità dei fatti: un allenatore che ferma un avversario in ripartenza non è una questione da poco, e l’ha ammesso lui stesso, citando anche il collega Cristian Chivu e il suo monito a tenere “le mani a casa”.
Peccato che dall’altra parte ci fosse un Massimiliano Allegri decisamente poco incline ad accettare rammarichi televisivi. Quando gli hanno riportato le parole del collega, la risposta è stata tagliente come una lama: una frase secca, quasi una provocazione, in cui ipotizzava sarcasticamente di risolvere le prossime ripartenze avversarie con una scivolata da bordocampo. Un modo per dire, senza troppi giri di parole, che le scuse non cancellano il gesto e che la sostanza, per lui, rimaneva inaccettabile. E se le dichiarazioni ufficiali avevano ancora un che di formale, lo stesso non si può dire dell’incontro faccia a faccia andato in scena nel sottopassaggio di San Siro, proprio davanti alla sala conferenze. Lì, tra i due, sono volati stracci e parolacce, con Allegri che, secondo i cronisti presenti, avrebbe rinfacciato a Fabregas la sua giovane età e la sua poca esperienza in panchina, un confronto a muso duro che ha chiuso definitivamente ogni spiraglio di riappacificazione.
Il peso di un gesto e le conseguenze disciplinari
Al di là del teatrino, pur umano, fatto di nervi e rivalità, rimane il dato oggettivo: un allenatore che interviene sul gioco non è soltanto un episodio di cattiva educazione calcistica, ma un precedente grave che il Giudice Sportivo, inevitabilmente, dovrà valutare. Fabregas, pur essendo il principale artefice del caos, è uscito indenne dal cartellino rosso, una circostanza che ha fatto storcere il naso a molti e che ha contribuito ad alimentare il risentimento nella sponda rossonera. Chi, invece, ha pagato dazio è stato Allegri, espulso per proteste e per aver varcato i confini della sua area, oltre a un componente dello staff del Como, allontanato insieme a lui nel tentativo di sedare una rissa che, per fortuna, non è mai realmente esplosa in termini fisici.
La squalifica per una giornata, poi ufficializzata, costringerà il tecnico del Milan a seguire la prossima sfida contro il Parma da lontano, un danno aggiuntivo per una squadra che, complice il pareggio, ha visto allungarsi ulteriormente la distanza dalla vetta occupata dall’Inter. Per Fabregas, invece, il problema non è solo disciplinare, ma forse anche d’immagine: da “santo” del tiki-taka e ragazzo prodigio in panchina, eccolo trasformato in protagonista di un gesto meschino che rischia di macchiare una stagione comunque positiva per i lariani, agganciati al sesto posto in classifica. Che la rivalità tra i due fosse più profonda di un semplice battibecco di fine partita, del resto, lo si era intuito da tempo, in quelle dichiarazioni di circostanza che nascondevano, evidentemente, una stima reciproca assai labile. Ora, però, il sipario è caduto su una nota stonata, e a rimetterci, come sempre, è stata la sostanza del gioco.




