La tregua traballante tra Usa e Iran congela i mercati, i gestori: “Non smontare i portafogli”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il cessate il fuoco di due settimane, strappato nelle prime ore dell’8 aprile grazie alla mediazione pakistana e sulla base di un accordo in dieci punti che ha evitato l’escalation totale, ha riacceso i motori di Wall Street e delle principali piazze europee, sospingendo indietro l’incubo di una recessione innescata dal caro-energia. Tuttavia, a dispetto del rimbalzo tecnico che ha restituito ossigeno ai listini e della discesa del petrolio (sceso di nuovo sotto la soglia dei 100 dollari al barile dopo aver sfiorato i picchi di marzo), l’architettura di questa intesa mostra fin da subito crepe profonde. Il presidente Donald Trump, appena ventiquattr’ore dopo l’annuncio, ha accusato Teheran di non rispettare gli impegni sulla riapertura dello Stretto di Hormuz – quel passaggio vitale attraverso cui transita circa un quinto del greggio mondiale – mentre l’esercito israeliano, agendo in una sorta di autonomia tattica, proseguiva le operazioni in Libano contro le milizie proxy della Repubblica Islamica.

La fragilità dell’intesa e il monito delle banche centrali

A gettare acqua sul fuoco dell’entusiasmo speculativo sono stati proprio i grandi istituti di investimento, chiamati a decifrare un quadro che l’analista di Pictet Asset Management, Andrea Delitala, ha definito senza mezzi termini come una situazione “a cavallo” tra la guerra totale e la pace, con una speranza solo “provvisoria” di stabilizzazione. Interpellati da ClassCNBC, i vertici di realtà come Ubs, Ing e Swisscanto hanno offerto una lettura corale ma prudente: Matteo Ramenghi (Ubs) ha sottolineato che, nonostante la tregua, molte infrastrutture energetiche sono state danneggiate e serviranno mesi per tornare operative, mentre Andrea Ferrante (Swisscanto) ha ricordato che inseguire i movimenti di queste settimane, caratterizzati da una volatilità estrema, rischia di produrre più danni che benefici per l’investitore privato. Non si intravede, insomma, un ritorno alla normalità; piuttosto, ci si trova in una fase di stallo in cui l’unica strategia condivisa è quella di non stravolgere le proprie allocazioni, rimanendo in attesa di capire se la diplomazia saprà trasformare queste due settimane in un percorso duraturo.

Petrolio e scenari: la lezione dei fondamentali

L’accordo, che prevede un passaggio limitato e contingentato delle petroliere attraverso il Golfo, non ha infatti cancellato i rischi sistemici legati a una possibile crisi prolungata. Gli analisti di Barclays, pur riconoscendo il successo della strategia di de-escalation favorita da un posizionamento prudente, avvertono che i negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran restano un campo minato; le prossime settimane saranno decisive per capire se Teheran accetterà di ridimensionare le proprie ambizioni nucleari e le pretese di sovranità sullo Stretto. Dal punto di vista macroeconomico, l’OCSE ha quantificato che uno shock energetico prolungato potrebbe ridurre la crescita globale di mezzo punto percentuale, con conseguenze particolarmente severe per i paesi asiatici importatori netti come Giappone e Corea del Sud. Se da un lato il Brent è rientrato verso i 90 dollari, dall’altro i fondi sovrani e le compagnie di navigazione restano in allerta: le compagnie di assicurazione non hanno ancora abbassato i premi per il rischio bellico, e le catene di approvvigionamento di settori chiave come la produzione di semiconduttori (che dipendono da gas rari come l’elio) rimangono strozzate.

Strategie d’investimento tra obbligazioni, materie prime e attesa

La guida fornita dai big di Sella, Pictet e Plenisfer suggerisce quindi un approccio selettivo, lontano dagli strappi emotivi. Giordano Lombardo (Plenisfer) ha osservato che la vera domanda non è se i mercati saliranno o scenderanno domani, ma se torneremo a vivere nel mondo di prima: la risposta, a suo avviso, è negativa, viste le crepe strutturali nei rapporti tra Europa e Stati Uniti e l’instabilità endemica della regione. Per chi volesse muoversi, Mario Romano (Sella Sgr) intravede valore nel comparto obbligazionario rate, dove il mercato ha forse prezzato uno scenario troppo catastrofico, mentre Marco Piersimoni (Pictet) guarda con interesse ad alcuni segmenti dei mercati emergenti e, in chiave tattica, all’oro – la materia prima che, paradossalmente, ha sofferto più di altre la stretta sui tassi, ma che potrebbe beneficiare di un allentamento monetario nella seconda metà dell’anno. La regola, ribadita all’unisono, è una sola: piedi di piombo, perché con Trump alla Casa Bianca e il dossier iraniano ancora aperto, una nuova schermaglia verbale o un razzo nello Stretto sarebbero sufficienti a riaccendere la miccia della paura.

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