Referendum, la battuta di Fazzolari su Putin e la replica di Schlein: “Appello del Colle inascoltato”
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Redazione Interno
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A meno di un mese dal voto confermativo del 22 e 23 marzo, la campagna per il referendum sulla giustizia, che chiede ai cittadini di pronunciarsi sulla riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, si accende di nuovi contrasti. In una giornata, quella del quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, che avrebbe dovuto vedere la politica concentrata su un tema di politica estera e di sostegno a Kiev, a finire al centro del dibattito è stata una battuta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari. A margine di un evento romano organizzato da Fratelli d’Italia, teso a ribadire la compattezza dell’esecutivo nel supporto all’Ucraina, Fazzolari è stato interpellato da alcuni giornalisti con una domanda, per sua stessa ammissione, volutamente provocatoria: cosa avrebbe votato Vladimir Putin al referendum italiano? La risposta, calata in un contesto informale, è stata fulminea: “In Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi probabilmente voterebbe no” -1-5.
Una battuta, come hanno subito precisato i suoi portavoce, che non aveva l’intenzione di equiparare l’elettorato del no al presidente russo, ma che si limitava a una constatazione di diritto comparato, sottolineando la distanza tra l’ordinamento italiano, che con questa riforma mira a rendere più netta la distinzione dei ruoli, e quello russo, dove il sistema giudiziario risente di logiche ben diverse -9. Tuttavia, la frase, pronunciata nello stesso giorno in cui si ricordava l’aggressione militare russa, è apparsa a molti come una mossa di campaigning politico, un tentativo di associare chi sostiene il no a posizioni antioccidentali o illiberali. La scintilla ha innescato un immediato e duro confronto politico, spostando l’asse del dibattito referendario dalla tecnica costituzionale alla contrapposizione ideologica.
La reazione del Partito democratico e della sua segretaria, Elly Schlein, non si è fatta attendere e si è inscritta in un clima di tensione che, nonostante gli appelli alla moderazione, sembra acuirsi di giorno in giorno. Intervenendo a un’iniziativa per il no a Latina, dove un bambino di undici anni le ha consegnato una lettera manifestando la sua contrarietà alla riforma, Schlein ha raccolto la provocazione e l’ha rilanciata, allargando il tiro all’intero atteggiamento del governo -2. La segretaria dem ha parlato di una “continua delegittimazione della magistratura” che, a suo dire, emerge dalle pagine social della presidente del Consiglio e del suo partito, paragonate a delle “riviste di cronaca giudiziaria”. Un attacco costante a un potere dello Stato che, secondo la leader dell’opposizione, finisce inevitabilmente per minare la fiducia dei cittadini verso tutte le istituzioni repubblicane. Ed è a questo punto che la replica si è fatta più aspra: “Spiace che l’autorevole appello del presidente Mattarella, che aveva chiesto un abbassamento dei toni, sia stato così poco ascoltato”, ha dichiarato Schlein, riferendosi al discorso del Capo dello Stato al plenum del Consiglio superiore della magistratura -2-6. “Alla faccia dell’abbassamento dei toni”, ha aggiunto, “oggi abbiamo un altro esponente del governo che arriva a dire che Putin voterebbe no” -2.
La trincea ucraina e l’aut-aut a Vannacci
Se la polemica referendaria ha occupato le cronache della giornata, lo scenario in cui è maturata rimane quello della guerra in Ucraina e delle sue ripercussioni sulla tenuta della maggioranza. Fazzolari, considerato il principale consigliere politico della presidente Meloni, ha usato l’anniversario per tracciare un confine netto all’interno della coalizione, un avvertimento chiaro al generale Roberto Vannacci, leader di Futuro e Popolo (già Futuro Nazionale), le cui posizioni critiche sugli aiuti a Kiev stanno diventando sempre più dissonanti. “Il centrodestra si è presentato con un programma unico e dentro vi è indicato il sostegno all’Ucraina”, ha scandito Fazzolari, lanciando di fatto un aut-aut: chi non condivide quel pilastro, ha lasciato intendere, farebbe fatica a trovare una collocazione coerente nella compagine di governo -5.
Il sottosegretario ha poi sviluppato una riflessione più ampia sul momento critico che sta attraversando la Russia, introducendo un elemento di analisi storica che rende ancor più complessa la ricerca di una soluzione negoziale. La storia, ha argomentato Fazzolari, insegna che le sconfitte militari, per il regime russo, rappresentano un fattore di profonda discontinuità: la Prima guerra mondiale innescò la Rivoluzione d’Ottobre, e a pochi mesi dal ritiro sovietico dall’Afghanistan si assistette al crollo del muro di Berlino e alla dissoluzione dell’impero sovietico. Un parallelo, questo, che lo porta a ritenere che un conflitto protrattosi per più tempo di entrambe le guerre mondiali, e che si concludesse con una sconfitta, potrebbe segnare il destino di Vladimir Putin -5. È in questa prospettiva, quella di un epilogo infausto per il Cremlino, che Fazzolari individua il vero e proprio ostacolo alla pace: un diktat imposto a Mosca, ha spiegato, è difficilmente percorribile perché richiederebbe al presidente russo di ammettere una sconfitta che il suo sistema politico non sarebbe in grado di metabolizzare. L’unica strada percorribile, per il governo italiano, rimane quindi quella di un sostegno deciso a Kiev e la prospettiva, condivisa da Fazzolari, di un suo ingresso nell’Unione europea, seppur con le dovute tutele per gli altri Stati membri -5.
Lo scontro sul merito della riforma costituzionale
Al di là delle scaramucce, la campagna referendaria vede i due schieramenti confrontarsi, seppur con accenti diversi, sul merito della riforma Nordio. Mentre il fronte del sì, guidato dal governo, sostiene la necessità di una separazione netta delle carriere per garantire una maggiore terzietà del giudice e ridurre le correnti all’interno del Csm, il fronte del no, con Elly Schlein in prima linea, prova a spostare la discussione sul rischio di un assoggettamento della magistratura al potere esecutivo. La segretaria dem, nelle sue uscite, insiste su questo punto: “L’indipendenza della magistratura serve a tutelare i diritti di ogni cittadino e a far sì che la legge sia veramente uguale per tutti” -3.
La leader del Pd cerca di argomentare le sue ragioni citando le stesse parole dei membri dell’esecutivo: il sottosegretario Mantovano che parla di un “riequilibrio” dei rapporti tra magistratura ed esecutivo, o la stessa Meloni che, a proposito del ponte sullo Stretto, aveva parlato di porre fine a “un’inaccettabile ingerenza” della Corte dei conti -3. Frasi che, secondo Schlein, confermerebbero l’intenzione del governo di voler controllare la magistratura, un modello che lei paragona a quello ungherese di Orbán o a quello statunitense di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca. Sulla separazione delle carriere, nello specifico, la segretaria dem obietta che questa, di fatto, esiste già con la riforma Cartabia, che limita a una sola volta nella vita la possibilità per un magistrato di cambiare funzione, e che modificare la Costituzione per un numero esiguo di casi all’anno sia una scelta sproporzionata -3. Una posizione che, mentre cerca di compattare il suo partito in vista del voto, si trova a dover gestire anche le voci interne di una minoranza che chiede maggiore pluralismo -8.




