Il tram 9 deraglia a Milano, per il bimbo di 15 mesi solo un grande spavento: era in braccio alla tata
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Redazione Interno
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Sabato pomeriggio, poco dopo le sedici, è stato dimesso il più giovane dei feriti coinvolti nel disastro del tram 9: un bambino di appena quindici mesi, quello che i soccorritori, nelle concitate fasi successive all’impatto, avevano visto agitato ma sostanzialmente illeso. Il piccolo si trovava in braccio alla tata quando il mezzo dell’Atm, venerdì scorso, ha imboccato a velocità sostenuta la curva di viale Vittorio Veneto all’altezza di via Lazzaretto, una curva che quel convoglio, diretto verso Porta Genova, non avrebbe dovuto nemmeno percorrere. Nell’urto violentissimo contro la vetrina di un ristorante, lui ha sbattuto la testa, ma le conseguenze, stando al referto medico, potevano essere ben più gravi. La sua dimissione rappresenta una delle poche note positive all’indomani di una tragedia che ha spezzato la vita a due passeggeri, Ferdinando Favia e Abdou Karim Tourè, sbalzati fuori dal finestrino e finiti sotto le ruote del convoglio, e che ha riempito gli ospedali della città. Il computo totale dei feriti, tra quelli già rimasti sotto osservazione e i codici verdi subito rimandati a casa, si attesta ormai stabilmente sulle cinquanta unità, con due persone che versano ancora in condizioni critiche, ricoverate nei reparti di rianimazione.
La procura di Milano, con la pm Elisa Calanducci, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose, e l’attenzione degli inquirenti, in queste ore, si concentra su un punto specifico: il sistema di frenata d’emergenza noto come “uomo morto”. Si tratta di un meccanismo, obbligatorio su mezzi di questo tipo, progettato per fermare automaticamente il tram qualora il conducente rimanga inerte, magari per un malore. Il tranviere, un uomo di sessant’anni con alle spalle una lunga carriera in Atm, ha riferito di aver accusato un malore, una perdita di sensi che gli avrebbe impedito di azionare correttamente lo scambio, lasciando il convoglio in balìa della propria corsa. Tuttavia, come spiegano i tecnici, il dispositivo di sicurezza, per entrare in funzione, richiede che chi guida smetta di premere un pulsante per un intervallo che va dai cinque ai trenta secondi. Se il conducente, anche in uno stato di semi-incoscienza, avesse continuato a esercitare una pressione sulla leva, magari in modo meccanico, il sistema non avrebbe rilevato alcuna anomalia e non avrebbe azionato la frenata d’urgenza.
I dubbi della procura sul funzionamento del dispositivo di sicurezza
Il nodo centrale dell’inchiesta, pertanto, ruota attorno alla sequenza temporale degli eventi. La Procura sta cercando di stabilire se il malore del conducente sia stato improvviso e tale da renderlo immediatamente non responsivo, o se invece si sia trattato di un malessere progressivo che gli ha comunque permesso di mantenere un contatto, seppur passivo, con i comandi. I pubblici ministeri dovranno chiarire perché il tram, dopo aver superato una fermata senza rallentare – un altro dettaglio emerso dalle prime ricostruzioni –, non sia stato arrestato dal meccanismo dell’“uomo morto” prima di imboccare la curva fatale. Gli stessi tramlink di nuova generazione, infatti, sono dotati di una scatola nera in grado di registrare ogni parametro di marcia, dalla velocità alle sollecitazioni sui freni, oltre a custodire le immagini delle telecamere interne, comprese quelle puntate sulla cabina di guida. Saranno proprio questi dati, insieme ai filmati delle telecamere di sorveglianza della zona e alla consulenza cinematica affidata agli esperti, a stabilire se il dispositivo di sicurezza abbia funzionato correttamente o se, al contrario, un guasto tecnico possa aver contribuito alla tragedia.
La velocità e lo scambio sbagliato: gli altri fronti dell’indagine
Parallelamente all’analisi del sistema frenante, gli investigatori stanno verificando un altro aspetto cruciale: la direzione dello scambio. Il tram 9, per proseguire il suo regolare percorso, avrebbe dovuto mantenere la diritta, mentre il binario su cui è finito, quello che curva in via Lazzaretto, è utilizzato da altre linee, come la 1 e la 33. Lo scambio, al momento del passaggio del mezzo, era posizionato per la svolta a sinistra, molto probabilmente perché lasciato in quella configurazione dal tram precedente. Spetta al conducente, in prossimità dell’incrocio, modificare manualmente l’orientamento dei binari, un’operazione che richiede attenzione e che talvolta viene segnalata da una specifica lanterna semaforica. L’ipotesi al vaglio è che il tranviere, forse già provato dal malore, non abbia riposizionato lo scambio, lanciando di fatto il convoglio verso una curva strettissima, che impone un limite di velocità di dieci chilometri orari, a una velocità quasi tripla, stimata tra i trenta e i quaranta all’ora.
Dalle testimonianze raccolte e dai primi video diffusi, emerge con chiarezza la dinamica dell’uscita dai binari: il tram, una volta inseritosi nella curva, si è inclinato pericolosamente, strisciando contro un platano e sradicando un palo della luce, prima di concludere la sua corsa contro la facciata del ristorante. Un impatto talmente violento da squarciare il tetto del mezzo e da proiettare all’esterno i due sfortunati passeggeri. L’ipotesi che si stia facendo strada, al momento, è quella di una combinazione fatale tra errore umano e possibile inefficacia dei sistemi di sicurezza, sebbene sia ancora prematuro trarre conclusioni definitive. Il conducente, nel frattempo, è stato sottoposto ai test tossicologici e alcolimetrici, che hanno dato esito negativo, e il suo telefono cellulare è stato sequestrato per verificare che non vi siano state distrazioni alla guida.




