Il “semaforo bianco” non si vede a Roma, ma l’assessore Patanè spegne le illusioni: nessuna sperimentazione nella capitale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando si parla di mobilità del futuro, e lo dico con l’esperienza di chi ha visto decine di “rivoluzioni” annunciate e poi rientrate, non bisogna mai dimenticare un dettaglio fondamentale: a cambiare non saranno solo i veicoli, spesso protagonisti di concept futuristici, ma anche – e forse soprattutto – le strade che li ospitano e la segnaletica che le governa. In quest’ottica si inserisce l’ultima suggestione tecnologica, quella del “semaforo a quattro luci”, dove al tradizionale rosso, giallo e verde si aggiungerebbe una quarta luce bianca, pensata per dialogare direttamente con i veicoli a guida autonoma nell’ambito delle cosiddette smart road. Una notizia che, nelle ultime ore, ha fatto il giro del web alimentando l’ipotesi, destinata a rimbalzare sui social, di un test proprio a Roma, dove i semafori sono esattamente 1.458. Peccato, però, che si tratti di una fake news.

L’assessore alla Mobilità di Roma Capitale, Eugenio Patanè, ha voluto mettere un punto fermo sulla vicenda, utilizzando toni che non lasciano spazio a interpretazioni. Contattato dall’Adnkronos, l’esponente della giunta capitolina ha definito la voce “una fake news da smentire totalmente”, sottolineando con nettezza che “non c’è nessuna sperimentazione” in corso nella Città Eterna. Un’uscita, la sua, che serve a placare un tam tam mediatico destinato altrimenti a confondere i cittadini, i quali – magari fermandosi a un incrocio – avrebbero potuto chiedersi dove fosse finita la tanto sbandierata luce bianca. Al momento, quindi, i semafori romani resteranno saldamente ancorati al vecchio schema.

Cos’è (davvero) la quarta luce e perché non si vede ancora in Italia

Ma cosa avrebbe dovuto fare, esattamente, questa misteriosa luce bianca? Per capirlo, bisogna risalire all’origine del concetto, che non è italiana ma statunitense. L’idea, emersa da uno studio della North Carolina State University nel 2023, è quella di sfruttare la capacità dei veicoli a guida autonoma (i cosiddetti AV) di comunicare senza fili tra loro e con l’infrastruttura semaforica. Quando un numero sufficiente di queste auto si avvicina a un incrocio, la luce bianca si accenderebbe per segnalare ai conducenti umani una situazione speciale: loro non devono più prendere decisioni attive, ma semplicemente seguire il veicolo che li precede, lasciando che siano gli algoritmi e i sensori a gestire i flussi e le precedenze in tempo reale.

Le simulazioni, va detto, dipingono uno scenario quasi idilliaco: secondo i ricercatori americani, il sistema potrebbe ridurre i tempi di attesa fino al 94% in alcuni scenari e migliorare significativamente il consumo di carburante, eliminando le frenate brusche e le ripartenze inutili tipiche della guida umana. Tuttavia, come spesso accade quando si parla di transizione tecnologica, la realtà dei fatti si scontra con l’evidenza: Roma, così come il resto d’Italia, non è la North Carolina. La capitale, dove la mobilità è già un rebus di per sé, non ha alcuna flotta di veicoli completamente autonomi pronti a testare questo prototipo, e la stessa infrastruttura di “smart road” capace di supportare una simile comunicazione è, al momento, più un concetto astratto che una concreta prospettiva di spesa pubblica.

La genesi di una bufala tra futuro e presente

Come spesso accade nel panorama dell’informazione digitale, la scintilla che ha generato l’incendio mediatico è stata la sovrapposizione di un’idea futuribile (la quarta luce) con la cronaca locale (la Capitale). L’assessore Patanè ha dovuto quindi svolgere un ruolo poco affascinante ma necessario: quello di pompiere. Ha spiegato che, sebbene la tecnologia sia affascinante e rappresenti un tassello del dibattito sulla mobilità connessa, per Roma è argomento chiuso, almeno per ora. La sua smentita, perentoria, non lascia spazio a “sperimentazioni segrete” o progetti pilota nascosti; semmai, invita a concentrare l’attenzione sulle criticità reali del traffico capitolino piuttosto che su scenari da romanzo di fantascienza.

Del resto, il meccanismo di questa fake news è trasparente. L’idea del semaforo bianco è affascinante proprio perché rappresenta una rottura con il secolo di storia del tradizionale impianto semaforico, nato con le lanterne a gas nella Londra del 1868. In un contesto dove le auto a guida autonoma sono ancora un’eccezione statistica, parlare di una luce dedicata a loro è come costruire l’autostrada prima di aver inventato la ruota. La bufala, quindi, ha preso piede non perché fosse credibile nel merito, ma perché gioca su un desiderio collettivo di efficienza e modernità che, a Roma, è particolarmente sentito.

La verità, più prosaica, è che per ora l’unico colore che conta davvero è quello dei semafori esistenti, e che l’introduzione di novità come la luce bianca è strettamente legata a un’evoluzione normativa, tecnologica e di parco auto che appare ancora lontana. La lezione, semmai, è un’altra: in un’epoca di intelligenza artificiale e connessione continua, anche un vecchio semaforo può diventare virale.

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