Suicidio di Stefano Argentino, il legale accusa: "Vigilanza ridotta, morte annunciata"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La morte di Stefano Argentino, il 27enne reo confesso dell’omicidio di Sara Campanella, trovato senza vita nella cella del carcere di Messina Gazzi, riapre il dibattito sulle condizioni dei detenuti e sulle valutazioni delle autorità penitenziarie. Il giovane, che mercoledì 6 agosto si è tolto la vita mentre attendeva il processo per il femminicidio della compagna universitaria, era sotto osservazione, ma la riduzione del livello di sorveglianza – come sostiene il suo avvocato, Giuseppe Cultrera – avrebbe reso inevitabile il gesto.
"Non è la prima volta che in questo istituto si verifica un decesso circondato da ombre", ha dichiarato Cultrera, rivolgendosi al Garante dei detenuti con una lettera in cui denuncia "un madornale errore valutativo". Secondo il legale, le autorità carcerarie avrebbero ignorato sia i precedenti psicologici di Argentino, sia le sue intenzioni suicide, già evidenti mesi prima del delitto. "Chi ha autorizzato il declassamento della vigilanza dovrà risponderne", ha aggiunto, sottolineando come la morte del giovane fosse, in un certo senso, "annunciata".
Dalle indagini emerge un quadro ossessivo: sui dispositivi elettronici di Argentino – sequestrati dopo l’arresto – erano state trovate note in cui pianificava non solo l’omicidio, ma anche il proprio suicidio. In una di queste, risalente al 5 ottobre 2024, scriveva di voler "ucciderla e poi farla finita", descrivendo Sara come colei che gli aveva "rovinato un anno di vita". Un diario digitale che i carabinieri hanno definito la prova di un "continuo tallonamento", culminato nella tragedia del dicembre scorso, quando la giovane studentessa fu trovata senza vita nella sua abitazione.
Ora, mentre la magistratura dispone il sequestro della salma per accertare le dinamiche del suicidio, resta l’interrogativo sulle responsabilità della struttura penitenziaria. Sebbene i detenuti con fragilità psichiche debbano essere monitorati costantemente, il sistema – come dimostrano casi analoghi – non sempre riesce a prevenire gesti estremi. Quello di Argentino, del resto, non è un episodio isolato, ma l’ennesimo tassello di un problema che affligge le carceri italiane, dove la tutela della salute mentale spesso si scontra con carenze organizzative.




