Il paradosso dei risarcimenti: alla famiglia dell’assassino spetta un indennizzo, a quella della vittima no
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Redazione Interno
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La morte di Stefano Argentino, il 27enne che si è impiccato nella cella del carcere di Gazzi a Messina, ha riacceso i riflettori su una vicenda già segnata dall’orrore. Argentino, reo confesso dell’omicidio di Sara Campanella, la 22enne uccisa lo scorso marzo dopo mesi di stalking, ha posto fine alla sua vita in quello che appare come l’ultimo atto di una tragedia senza riscatto. Ma ciò che emerge ora è un paradosso giuridico e morale: mentre la famiglia dell’assassino potrebbe ricevere un risarcimento dallo Stato, quella della giovane vittima non avrà diritto a nulla.
La mattina del 6 agosto, le guardie penitenziarie hanno trovato il corpo senza vita di Argentino, morto per auto-soffocamento. Un epilogo che, se da un lato chiude il capitolo processuale, dall’altro riapre ferite mai sanate. Sara Campanella, studentessa universitaria, era stata uccisa con un coltello in pieno centro a Messina dopo aver subito mesi di ossessioni. Quella sera stessa aveva scritto alle amiche: “il malato mi segue”. Le sue parole, ignorate fino all’irreparabile, suonano oggi come una condanna per un sistema che non ha saputo proteggerla.
Eppure, mentre la famiglia di Sara dovrà affrontare il dolore senza alcun riconoscimento economico, quella di Argentino potrebbe vedersi riconosciuto un indennizzo per la morte del figlio in custodia dello Stato. Una disparità che solleva interrogativi spinosi sul funzionamento della giustizia e sulla tutela delle vittime. Se è vero che il suicidio in carcere implica una responsabilità delle istituzioni, è altrettanto innegabile che la legge, in casi come questi, finisca per premiare chi ha commesso il crimine più efferato.
Il femminicidio di Sara Campanella, come molti altri prima di esso, aveva già messo in luce le carenze di un sistema incapace di prevenire la violenza maschile contro le donne. Ora, con la morte del suo assassino, il dibattito si sposta su un altro fronte: quello della dignità negata nelle carceri, del diritto alla salute mentale dei detenuti, ma anche dell’assurdità di norme che, seppur concepite per garantire equità, rischiano di tradursi in una beffa per chi ha già perso tutto.




