Volkswagen, dall’auto al military: la fabbrica del Maggiolino si veste di Iron Dome
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Redazione Economia
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Non si tratta più soltanto di una suggestione o di un rumor destinato a svanire tra le pieghe dei tavoli sindacali. Il gruppo automobilistico tedesco, stretto nella morsa di una crisi che ne sta ridefinendo gli equilibri, ha confermato di valutare l’ingresso nel comparto della produzione militare. L’amministratore delegato Oliver Blume, intervenendo a Francoforte a un evento del “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, ha rivelato che sono in corso contatti concreti con diverse aziende del settore difesa, tra cui la israeliana Rafael Advanced Defense Systems. L’ipotesi, emersa con forza nelle scorse settimane e riportata dal “Financial Times”, ruota attorno alla riconversione di uno stabilimento strategico: Osnabrück, in Bassa Sassonia, un sito che per decenni ha rappresentato un’eccellenza nella produzione e che oggi, paradossalmente, rischia di diventare il simbolo di un tramonto annunciato se non si troverà una soluzione industriale alternativa.
Lo stabilimento di Osnabrück, destino segnato dalla fine dei modelli che vi vengono assemblati, si trova infatti a un bivio. Entro il 2027, la produzione delle ultime vetture—come la T-Roc Cabriolet—cesserà, mettendo in bilico circa 2.300 posti di lavoro specializzati. In un contesto in cui la casa di Wolfsburg ha annunciato per la prima volta nella sua quasi novantennale storia la chiusura di impianti in Germania e il taglio di decine di migliaia di unità, la riconversione bellica appare agli occhi del management non come una semplice opzione, ma come una possibile ancora di salvezza per salvare l’intera forza lavoro del sito. L’intesa con Rafael, che progettò il celebre sistema di difesa aerea Iron Dome, prevedrebbe che la fabbrica tedesca produca componenti fondamentali del sistema: non i missili intercettori, che richiederebbero impianti altamente specializzati e potrebbero essere realizzati in un secondo sito dedicato, ma i camion pesanti per il trasporto delle batterie missilistiche, i lanciatori stessi e i generatori di energia.
La crisi dell’auto e la chimera del riarmo europeo
A spingere Volkswagen verso questa scelta, che rappresenterebbe un salto di scala rispetto alla già consolidata joint venture tra la sua controllata Man e il colosso tedesco Rheinmetall per i camion militari, è la pressione inarrestabile del mercato. I profitti del settore automotive sono crollati sotto i colpi della concorrenza cinese—capace di proporre veicoli elettrici a costi impensabili per le fabbriche tedesche—e delle difficoltà legate a una transizione green più lenta e costosa del previsto. In questo scenario di contrazione, la difesa rappresenta un settore in forte espansione, alimentato da un contesto geopolitico che spinge i governi europei, e in particolare Berlino, a incrementare la spesa militare con programmi che superano i 500 miliardi di euro. Si tratta, in un certo senso, di un ritorno alle origini per il marchio che, negli anni Quaranta, con il Maggiolino trasformato in Kübelwagen, aveva già vestito i panni dell’industria bellica per il Terzo Reich. Un passato ingombrante che oggi si ripresenta sotto menti diverse, motivate dalla necessità di sopravvivenza industriale.
Tempi tecnici e il nodo dei lavoratori
Dal punto di vista operativo, l’operazione presenta margini di realizzazione tecnica piuttosto rapidi. Le fonti vicine alla trattativa parlano di una riconversione fattibile in un arco temporale compreso tra i dodici e i diciotto mesi, con investimenti relativamente contenuti grazie all’utilizzo delle infrastrutture già esistenti nello stabilimento. Ma non è solo la tecnologia a dettare i tempi. Il vero crinale su cui si gioca il futuro del progetto è di natura sociale ed etica. Il sindacato e il consiglio di fabbrica, pur avendo manifestato apertura verso la riconversione in ottica difesa come strumento per scongiurare la chiusura—Daniela Cavallo, la potente leader del consiglio di fabbrica, si era detta favorevole a valutare progetti militari già all’inizio di marzo -5-9—dovranno ora confrontarsi con la volontà dei singoli lavoratori. “L’obiettivo è salvare tutti, magari persino crescere”, ha spiegato una fonte informata al “Financial Times”, aggiungendo tuttavia che “è anche una decisione individuale per i lavoratori se vogliono far parte di questa idea”. Un passaggio obbligato, visto il cambio di destinazione produttiva: passare dall’assemblaggio di un’auto simbolo di libertà e benessere come il Maggiolino o la Golf alla produzione di componenti per un sistema di intercettazione missilistica non è per tutti una scelta neutra.
Il sostegno di Berlino e lo sguardo all’Europa
Sullo sfondo, la partita coinvolge interessi strategici ben più ampi di quelli aziendali. Il governo tedesco, secondo quanto riportato, guarda con favore all’iniziativa. Per Berlino, trasformare un sito automobilistico in crisi in un hub per la difesa significa non solo salvare posti di lavoro in una regione economicamente sensibile, ma anche accelerare il processo di riarmo nazionale utilizzando capacità industriali già esistenti. Rafael, dal canto suo, non cerca solo un partner produttivo: punta a rafforzare la propria presenza industriale in Europa per proporre l’Iron Dome ai governi del continente, inserendosi in un mercato della difesa aerea che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è diventato prioritario per molti paesi europei. La possibilità di vendere i sistemi ai governi europei, una volta che la filiera produttiva sarà stabilita in Germania, è parte integrante del business plan delle due società. La fabbrica di Osnabrück, che un tempo sfornava decine di migliaia di auto l’anno, si appresta così a vivere una metamorfosi radicale, dove l’economia di guerra diventa l’estrema ratio per preservare un’eccellenza manifatturiera in bilico tra passato e futuro.




